12. ... a Vicenza

 

La guerra nella a Vicenza era quasi sconosciuta da generazioni.+
I nostri antenati di fine settecento ne avevano forse udito favoleggiare dai nonni che riferivano antiche gesta fors'anche immaginate, di cui le uniche memorie rimaste a loro poster i-e a noi- sono costituite dalle lapidi funebri dei pochi notabili vicentini che vi avevano preso parte.
Nelle cappelle delle Chiese notiamo infatti i marmi sovraccarichi di fregi raffiguranti spade, corazze, dardi, prore di navigli, il tutto a contornare altisonanti frasi latine infarcite di superlativi all'uomo che salvò la patria. Barocche panoplie teatrali echeggianti in piccolo la scenografia della Loggia del Capitanio.

- Belli secura quiesco,

La stessa statua che a lato della Loggia reca questa questa iscrizione ci conferma come le guerre fossero, già allora - fine ' 500 - cosa mitica e lontana, e quali che fossero i condottieri, le battaglie s'erano quasi sempre combattute in un Levante ben remoto da Vicenza, e nel tempo e nello spazio.

 

 

 

Vicenza, Loggia del Capitanio - Statua della pace (F. d. A.) Speriamo che non cada a pezzi. La mutilazione infatti data da oltre 10 anni

Possiamo quindi figurarci lo stupore e lo sgomento che attanagliarono gli animi quell'estate del 1796 al pensiero che tali terribili evenienze avrebbero, forse, di lì a poco, interessato anche Vicenza. Più d'un secolo di pace, generazioni e generazioni di tranquillità, un interminabile corteo di anni quieti, avevano giustamente ingenerato nella coscienza dei più quella strana sensazione di timore dell'ignoto.

Ma in qualcuno - molto pochi invero - nonostante la paura del domani faceva capolino un insolito desiderio di cambiamento.

- Chissà !

***

 

SCRITTO ATTRIBUIBILE AD UNO DEI FRATELLI BISSARI (mai ritrovato)

 

.....Notavasi in Camillo riservatezza estrema di costumi che lo fece stimar da tutti come persona austera, Mai lo si notò frequentar galanti compagnie alla giovanil età consuete, né mai giunse all'orecchio d'alcun di noi notizia d'un qualche suo amoroso legame.

A chi lo esortasse, e ai nostri stessi genitori, a pensar d'accasarsi non rispondeva se non in modi evasivi: fu anche per questo un po'estraneo a noi suoi fratelli.

La tragedia della sua fine triste ci buttò in faccia una realtà che tutti volemmo ignorare: La notte del 31 luglio 1796 - aveva Camillo 39 anni - sotto l'androne del nostro palazzo sul Corso, Camillo fu accoltellato a morte da Stefano Gennari, servitor di Enrico. Nulla mai si seppe ufficialmente sul movente di tale delitto, ma noi di famiglia e pochi altri intimi abbiamo intuito subito,

Camillo era diverso ed altro non dico.

Quella notte, tornando a casa, trascorsa la serata nella Bottega da Caffè della Piazza del Castello, incontrava il Gennari ubbriaco. Proprio sei mesi prima il Gennari aveva lasciato il servizio del Co: Tornieri Arnaldi Arnaldo I°, congedato, si disse, per libertinaggio. Enrico, ben conoscendo il bigottismo fanatico del Tornieri tolse il Gennari al suo servizio senza curarsi delle ciance più che tanto.

Quella notte, dunque, Camillo ebbe forse a rimproverare il Gennari di vita sregolata e licenziosi costumi: questi risposegli rinfacciando a lui in termini brutali la sua diversità e Camillo dovette forse far atto di metter mano alla spada; Stefano Gennari fu più lesto col pugnale: colpì, colpì e fuggì via. Il povero Camillo ebbe forza di percorrer quel tratto dal nostro palazzo fino al Caffè, dove lo soccorsero, per quanto far si poteva in quella funesta circostanza.

Ebbe tempo di narrar l'accaduto, tacendo la sua vergogna, di fare il suo testamento e spirò all'alba. Beneficò molta gente tra cui un lavorante "... perché padre di un putello a lui caro..."

Muzan partì all'inseguimento del fugitivo che raggiunse a Ferrara, e ricondusse a Vicenza alcun tempo dopo. Ricordo che lungo il percorso dal Ponte Furo per le Mura del Pallamaio due ali di folla silenziosa assistettero al passaggio dell'assassino. Processato l'anno dopo, sotto i Francesi, il Gennari venne fucilato in Campo Marzo il 9 settembre 1797.

I documenti del suo processo non esistono più. Permane solo la copertina del fascicolo intitolato: Processo a Stefano Gennari, vuota.

Ritrovai fin le minute delle spese sostenute dal Muzan durante l'inseguimento del reo ed il loro ritorno. Si trattò mi sembra , di 500 lire venete puntualmente pagate da Enrico, che negli anni di poi certamente fece sparire il fascicolo dall'archivio di famiglia. Rimane, unica traccia di tale fatto atroce, solo la sentenza di morte del Gennari, che però tace del tutto sul movente,.... "

 

[N.B. Questo scritto - ovviamente - è una nostra ipotesi per quanto riguarda il motivo dell'assassinio. Tutte le altre circostanze, ossia i fatti, sono assolutamente vere. E' da tener presente che la vittima aveva 38 anni, primogenito, non sposato, primo erede della famiglia.

(Devo alla solerzia di M.T. Dirani Mistrorigo e di Antonio Ranzolin il ritrovamento della stessa minuta manoscritta dal segretario della commissione criminale Palazzi) della sentenza di morte citata).

***

- In Francia dall'ottantanove sono successe cose terribili e quegli scellerati senzadio dei giacobini hanno commesso atrocità inaudite: hanno ghigliottinato il loro Re legittimo, massacrato i Nobili che non eran riusciti a fuggire, distrutto sacrilegamente le Chiese, confiscandone i beni!Hanno abolito la Religione Cattolica! Ma ringraziando Iddio, Robespierre nel ' 94 finalmente ha una buona volta pagato il fio delle sue scelleratezze lasciando la testa su quella ghigliottina che tanto avea fatto lavorare!

Ora però la loro guerra sta arrivando in casa nostra mentre noi non c'entriamo per niente. Se vogliono farsela se la facciano loro e a casa propria: la Repubblica di Venezia non vuole la guerra: è neutrale !...

Percorso della prima campagna d'Italia

Questi press'a poco dovevano essere i pensieri di Ottavia Negri di Velo nel pieno dell'estate del '96, proprio quando Bonaparte mirava ad attestarsi all'Adige. Certamente in quei giorni ella non immaginava neppure che l'anno dopo, testimone suo malgrado di avvenimenti insoliti e tumultuosi avrebbe iniziato a scrivere un diario che ci è preziosa ed indispensabile guida per ricostruire e rivedere anche alla luce dei pochi documenti ufficiali, non soltanto gli avvenimenti, ma gli stessi stati d'animo, le sensazioni, le invidie, le mille cose di cui è costituito il vivere quotidiano dell'uomo d'ogni tempo.

Proprio nel '96 moriva, per un tumore al seno, quella Elisabetta Caminer Turra, unica donna intellettuale a Vicenza. Èmolto probabile che in Ottavia sorgesse proprio allora il desiderio di emularla. D'accordo, ella non "faceva la letterata" come Elisabetta, ma la sua istruzione era decisamente superiore alla media; fin da bimba aveva studiato il francese con profitto e lo dominava bene; le sue letture erano molte e di genere disparato: senz'altro d'un livello superiore alla futile letteratura di moda per donne. Soprattutto sentiva di possedere uno spiccato senso pratico unito ad una tenace personalità.

 

                                                                                         Ritratto di Elisaberra Caminer Turra (da Wikipedia)

Non s'era forse opposta, ancora a Verona in educazione a S. Bartolomeo, rispettosamente, ma graniticamente, alla volontà dello zio tutore? Il Conte Maffei di Piazza (delle Erbe, Verona, n.d.r) l'aveva allora richiesta in isposa per il suo primogenito. Le si voleva imporre un bel partito, nulla da dire, ma lei non ne volle sapere. Il Contino Maffei sarà anche stato il miglior partito al mondo, ma la sua coscienza (di unica erede d' entrambi i genitori) la metteva in grado di fare di testa sua. Le lettere che c'informano di questa vicenda sono sufficientemente illuminanti. Nella sua corrispondenza alla madre, è conservata una lettera di suor Costante (zia materna?), che - all'insaputa della ragazza ormai diciassettenne - informa la famiglia delle intenzioni del Co: Maffei.

Suor Costante, alla mamma di Ottavia dice: "... mi persuado, cara zia, che nota le sarà la voce che sparsa si sente in tutta Verona, che il Conte Maffei di Piazza à ricercato per sposa del suo Figlio la Ottavia..."

Pochi giorni dopo, ricevuta la visita dello zio tutore - il padre era morto - Ottavia scrive alla madre, sostenendo rispettosamente ma decisamente, che vuole essere lei ad aver l'ultima parola in un affare che, in fondo, riguarda soprattutto lei.

Probabilmente ci fu burrasca in casa Negri: forse i famigliari volevano quel matrimonio, mentre Ottavia non era dello stesso parere. Ottavia fu ritirata dal Monastero. Le lettere accennano a questo forte contrasto, poi s'interrompono.

Quando esse riprendono - dopo alcuni anni - troviamo Ottavia felice sposa di Girolamo Giuseppe Velo, primogenito di Girolamo Scipione, sissignori, proprio il padre dell'Abate Velo.

Questo ci spiegherà abbondantemente i moti di stizza di Ottavia quando poi parlerà dell'Abate Garducci-Velo nei suoi scritti.

Certo, anni prima, quando il Velo, ancora seminarista a Verona dedicava alla Damina Negri odi e poesie, ella anche pubblicamente mostrava di apprezzarne l'ingegno brillante, tanto che in occasione della sua guarigione da un grave episodio polmonare, ancora convalescente, volle a pranzo accanto a sé l'Abate poi tanto disprezzato.

Ottavia nel 1796 aveva 32 anni e due figli: Isabella e Girolamo Egidio.

La prosa di Ottavia non è proprio vivacissima e talvolta il suo periodare riesce decisamente pesante. Comunque la sintesi storica che costituisce la premessa del suo "Giornale" è oltremodo esatta ed equilibrata, ed è per noi doveroso aggiungere che, leggendo insigni storici posteriori, (Thiers, ad es.) vi ritroviamo molto sovente le opinioni di Ottavia sugli avvenimenti dell'epoca.

Anche là dove le frustrazioni dell'impotenza le suscitano rabbia e disprezzo per le persone, essi vengono subito attutiti dal buon senso e da un po' di speranza per tempi migliori,

Ecco com'ella narra l'invasione dello Stato Veneto:

... Gli Austriaci, nella loro ritirata, si prevalsero di Peschiera, debole fortezza Veneta, infrangendo anche coi modi, la Veneta neutralità, facendo a sé medesimi il torto di entrare in una fortezza dove sapevano di non poter sostenersi. Ecco dunque uno dei più bei pretesti che servì sul momento ai Francesi per occupar Verona, che lo eseguirono il sempre memorabile e terribile 1 giugno 1796.

... Prima che sul far del giorno,vi arrivassero i Francesi, tutte le famiglie primarie se ne fuggirono, con un immenso disordine...

Possiamo figurarci la processione di carri e carrozze dei veronesi fuggiaschi che passa per Vicenza e la confusione di notizie seguita , anche se

......Bonaparte restituì un poco la calma (con un proclama); era questo espresso in sostanza così: che l'Armata Francese non passerà nello Stato Veneto che per inseguire i resti dell'Armata Austriaca; che rispetterebbe il Governo, la Religione, le proprietà, e che sarebbe pagata ogni cosa in danaro contante...

....Venezia in queste luttuose circostanze...curò... la sola difesa delle sue lagune, e non pagando i Francesi, lasciava vergognosamente le Città Suddite, tutto il peso delle somministrazioni a loro carico...

Di nuovo ancora, si rimise in ordine l'Armata Austriaca con alla testa il Wurmser, e non si sa con qual piano, mentre... aveva distaccato Mezzaros con 9000 uomini di cavalleria, che s'inviava verso Verona.,..Impensatamente per Wurmser gli sopravvennero i Francesi dal Tirolo mentr'esso giocava alle carte, lo sloggiarono da Bassano, lo misero in piena ritirata li 8 del settembre.. .Ai primi di ottobre la Division Massena, si portò a Bassano.. .Le vociferazioni crescevano, ma si credeva impossibile una quarta armata ( Austriaca N.d.r.) di pianta...

Il 5 dicembre Bonaparte, lasciata Verona ed unitosi a Massena sceso da Bassano, dopo due battaglie non decisive

... all'Ospital di Brenta,.. fece una ritirata... e passò da Vicenza arrabbiato, ma la truppa sembrava vittoriosa. Augerau salvò la ritirata sulla Tesina, tagliò il ponte di Lisiera e nella notte dei 8: improvvisamente e tacitamente se ne partì.

Gli Austriaci entrarono pacatamente nello stesso giorno... il loro contegno era assai timido, e taciturno, non tale però nelle esazioni autorevoli, ed istantanee di approvvigionamento....

... Sfilarono per due giorni interi, i carriaggi poi continuarono una 7mana ; si portarono sulla strada di Verona...furono respinti una volta sin verso l'Olmo.. .e per le sconfitte di Arcole e Ronco furono costretti a ritirarsi precipitosamente.

...un pugno di Francesi bastò a rovesciare un Armata che ricordava la magnificenza di quelle di Serse. La Cassa di guerra, i barconi, i pontoni, fecero un gran girare. Il genio di Bonaparte e l'attività indicibile delle sue truppe formano il sogetto della sorpresa e delle riflessioni se ciò succeda per valore, per fortuna, o per tradimento...

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Ottavia inizia la stesura del Giornale quando la guerra-lampo inaugurata da Bonaparte, nella primavera del 1797, ha già portato l'Armata francese alle porte del Territorio Vicentino.

Territorio suddito di Venezia fin dal 1404. Fu proprio in quell'anno, infatti che Vicenza si donò a Venezia. Tale sudditanza consisteva in una obbedienza alla Serenissima che incontestabilmente imponeva la suprema giurisdizione Civile e Militare mediante le due magistrature del Podestà e Capitanio (che spesso erano ricoperte dalla stessa persona, ovviamente un Patrizio Veneto).
Ferma quindi restando la competenza di Venezia per l'esazione delle imposte, il batter moneta, l'esercito, il potere giudiziario per il civile e il penale di maggior gravità, per il resto v'era una autonomia locale abbastanza larga regolata dagli statuti comunali nell'ordinaria amministrazione (riservata comunque alla nobiltà), come del resto s'era fatto ancor prima del 1404. Statuti e consuetudini che Venezia stessa aveva già a quella data recepito.

Venezia si poneva tra il potere locale dei nobili ed il popolo. E si doveva porre abbastanza bene se fino all'ultimo ebbe il consenso della stragrande maggioranza dei suoi sudditi più poveri per secoli.

Purtroppo alla fine del sec. XVIII, le vedute del Governo veneziano di fronte agli avvenimenti di Francia e d'Europa furono talmente miopi che essi lo colsero, inpolitica estera, totalmente impreparato.

Da ormai troppo tempo a Venezia si pensava solo al bel vivere, trascurando ogni aspetto di politica interna ed estera, fiduciosi in un equilibrio tra Francia e Impero Asburgico che durava ormai da troppo tempo. Si sarebbe invece dovuto osservare con accuratezza ciò che stava maturando dovunque in Europa.

Addirittura  "...Il 13 febbraio 1789, moriva in Palazzo Ducale a Venezia il doge Paolo Renier, e la notizia fu tenuta nascosta fino al 2 marzo per non turbare il carnevale, che anche quell'anno si stava svolgendo con grandi e splendide feste sebbene il declino della Serenissima Repubblica fosse oramai allo stremo, tanto che nelle parole dello stesso doge, a questo punto ai cittadini non restava che vivere "a sorte e quasi per accidente"...

Dov'era mai finita la sagacia proverbiale di S. Marco, che per primo, da secoli, aveva inventato una diplomazia moderna ed i servizi segreti? A che servivano gli informatori ed osservatori in ognistato estero?

Capello, ambasciatore a Parigi, da anni, fin dalla convocazione degli Stati Generali nell' '89 aveva informato diligentemente il Consiglio, che il deteriorarsi della situazione in Francia doveva essere osservato con attenzione per il bene di Venezia. E annotava come l'isolamento della Serenissima si sarebbe presto rivelato esiziale in tempi di così rapidi e immani mutamenti. Ma le sue lettere non furono valutate col giusto peso. Talune, anzi, furono  poi ritrovate anni dopo " nella filza  delle comunicazioni non lette."

Ora (ben otto anni dopo la presa della Bastiglia) all'invasione dell'armata francese in territorio veneto si dovette per forza aprire gli occhi dolorosamente stupiti.

Anche Vicenza, trepidante, osservava i progressi di Bonaparte.

Nel precipitare di questi avvenimenti cittadini si faranno notare i fratelli Bissari, di cui il più intraprendente, Enrico vivrà poi in una contraddizione aspramente a lui rimproverata dai suoi stessi compagni di lotta, primo fa tutti l'eminente avvocato FrancescoTesta.

Giovanni Scola, Leonardo Bissari, Brunoro Muzani, Giacomo Breganze, l'abate Velo, Gian Maria Negri, Don Lorenzoni, per citare soltanto alcuni dei vicentini più ideologicamente impegnati, sono altrettanti nomi che troveremo assieme a molti altri puntualmente riportati nel Giornale.

Ottavia si interessa attivamente alla politica, pur senza prender posizione. È informatissima di quanto succede apertamente ed anche dietro le quinte. Proprio nel marzo-aprile 1797 sa che i Giacobini vicentini tentano di organizzarsi. Probabilmente i picchetti Francesi che andavano e venivano da Montebello - avevano chiarito un po' meglio le idee ai "democratici" vicentini. V'è chi pensa che lo stesso comandante della colonna cispadana - che passò l'inverno 96/97 tra Vicenza e Verona - il giacobino La Hoz, li avesse imbeccati, ben conscio che ormai Bonaparte voleva fermare la rivoluzione e fosse per un ordine diverso.

Eppoi non è da dimenticare che proprio la Caminer, molto "amica" del Fracanzani, nella villa di costui ad Orgiano - in luogo molto decentrato, come già detto - aveva favorito, se non organizzato lei stessa, le frequentazioni dei Liberi Muratori vicentini, padovani ed esteri.

Proprio con queste frequentazioni i futuri Municipalisti si erano preparati intellettualmente - magari senza saperlo - al cambiamento.

***

Durante l'inverno 1796-97 la guerra sembra fermarsi, ma ... i picchetti Francesi coi Tedeschi, si azzuffavano spesso, anche sul Corso di Vicenza...

Mentre le sorti della guerra sullo scacchiere italiano si facevano avverse all'Imperatore, sul fronte del Reno egli stava ottenendo vantaggi che sembravano decisivi, tanto da potergli permettere di affidare il Comando degli eserciti d' Italia all'Arciduca Carlo togliendolo dal nord

.....Bonaparte a quest'indizj partì verso la Piave...s'incamminò esso fin nel seno della Germania, per cercarvi, come diceva, la pace.
L'Arciduca framettendo poche resistenze si ritirò sempre sino a sole 40 leghe distante da Vienna. Ivi, non si sa se per battaglie, o per posizione, o per maneggi, o altro...si conchiuse certam.te quando meno si credeva la pace a Leoben ai 17 di Aprile 1797, cui si volle in seguito chiamare i Preliminari di pace di Leoben...
.....

Prosegue Ottavia :

.....Che faceva lo Stato Veneto in queste critiche contingenze ?
Io non ho colori onde dipingere a onor del vero, un tal evento, mi attenirò solo all'universalità dei discorsi.
Erano 9: mesi che le Armate Belligeranti affliggevano il Veneto Territorio. L'esaurimento dell'Erario Publico, la niuna lusinga di venire indenizzati dalle Armate, facevano fare dei passi al Governo non troppo concilianti, confortanti per la misera e tradita Terra ferma, derivanti però, com'essi dicevano, da una reale impotenza.

Ecco dunque queste Sudite Città suplire da per sé stesse e a proprie spese a tutto, restando infatti, come essi (i Veneziani,N.d.r.) dicevano, i publici pesi ad essi dovuti. In mezzo a tali lagrimevoli dibattimenti, fra il Sudito e il Principe, Bergamo impensatamente, scosse il giogo Veneto, e con 50: Bergamaschi andò ad assistere la Rivoluzione di Brescia. Sbalordito il Governo spedì Provveditori in Terraferma e mandò a Gorizia l'ottimo Procurator Pesaro dal General Bonaparte per intendere, com'erano le cose. Questo soggetto per i suoi principj non parve opportuno a tal affare. Ma già Bonaparte avrebbe dato a ognuno l'istessa risposta, ed è ch'egli non aveva alcun sentore di queste novità, che consigliava Venezia di non tenere ristretta la sua sollecitudine alle sue sole lagune, e che mandasse pure della Truppa per ammansare gl'insorgenti, ed a riconquistare le sue Provincie.

Tutto ad un tratto Salò fece della resistenza ai Bresciani che vennero a rivoluzionarlo, si batté, e prese diversi prigionieri...
...Il Provveditor Battaja ch'era a Brescia, lasciò prudentemente ...Brescia e si ritirò in confronto apparente di soli 50: Bergamaschi e fu perciò dai Veneziani richiamato, e fatto per punizione Avogador.
Fu posto in suo luogo a Verona il Prov.r Giovanelli e da noi l'Erizzo. Tutto a un momento, le poche truppe dello Stato Veneto, si pongono lentamente in marcia, si fa dei confusi preparativi di guerra e si ordina la leva delle masse generali...Le Truppe e le masse andavano per contrade insolite, ma il centro della difesa era stabilito nella disgraziata Verona.
Qual momento per noi! Ignari di tutto si vedeva una moltitudine inetta sull'armi, la confusione e l'anarchia a regnare.

Il giorno 17: Ap.le 1797, giorno in cui si segnava a Leoben la pace, nacque in Verona una scena fra alcuni Veronesi e Francesi per un preteso insulto di alcune femmine, ma in sostanza per un misterioso disegno, venne date alcune archibuggiate all'aria, e tutto il paese prese parte in questo dibattimento, ammazzando e inseguendo i Francesi.
Questi si rinserrarono nei Castelli,(1)che non vollero mai lasciar liberi ai Veronesi, per difendersi, se arrivavan i Bresciani per rivoluzionarli, circostanza che sviluppa parte del mistero. L'orrore però di quei giorni fu terribile, si massacrarono da quattrocento Francesi con tutto l'odio che avea eccitato la loro condotta, e il disordine e l'anarchia furono al colmo...
...Verona riscaldata, era sedotta ed acciecata, e la sua fedeltà che sempre la distinse formò la sua rovina. Solo duemila Francesi discesero da Milano, ed essendo di ritorno dalla Carintia, il Generale Vittor con 7milla: uomini, attesa la pace sottoscritta, i Francesi si sparsero che circondavano Verona, come però, stante la località, potevano fare, e la ridussero a capitolare.

... I Francesi dimostrarono di volerla fare (la capitolazione, N.d.r.) con dell'umanità, ma l'Erizzo andato di rinforzo a Verona, il povero Contarini, e Giovanelli, sedotti dal primo, dopo di averla firmata, con molto riflesso, ed espresso in un articolo, d'essere i due Provveditori Erizzo e Giovanelli in ostaggio, il Contarini rimaner nella sua carica di Capitanio, e che niuna persona, e niun cavallo dovesse per tre giorni sortir da Verona, colla conciliatoria di rimaner nulla la capitolazione, se ciò seguisse.

Questi, vili e inumani , dopo di aver firmato, fuggirono e lasciarono quel paese, sommamente fedele e suddito, in preda alla discrezione militare. I Francesi, mercé dei cittadini che esposero sé stessi per il proprio paese la trattarono bensì da Paese di conquista, e al loro solito, ma non con quei diritti, che una simile azione poteva dar luogo.
Dopo di ciò i Francesi s'impadronirono di tutta la Terraferma, la rivoluzionarono, la dilaniarono, e dichiararono guerra a Venezia, ciò si eseguì nel giorno 25: Ap.le 1797 dal quale io ho cominciato a scrivere questo giornale...


Il Giornale prosegue fino al marzo 1814, pochi giorni prima della morte di Ottavia.

Non si può, a questo punto, non osservare come proprio da una fonte non certamente sospetta di filo francesismo, ma aristocratica e contemporanea, giungano a noi notizie tali da smentire in buona parte la demonizzazione operata nell'opinione pubblica successivamente, ed anche ai nostri giorni circa quel periodo.

La storia ufficiale ci ha sempre fatto credere che i Francesi calpestarono vilmente la neutralità di Venezia.

Era invece ben chiaro anche ad Ottavia che Bonaparte rispettò tale neutralità, almeno fino a quando essa non venne infranta apertamente dagli Austriaci con l'attraversamento del Territorio Veneto, con l'occupazione di Peschiera per riversarsi poi in Mantova. Senza che la Serenissima facesse un minimo gesto di opposizione. Certamente il giovane Generale fu ben lieto di vedersi offerto un così buon pretesto per potersi muovere liberamente!

Circa i fatti di Bergamo e Brescia (che si erano ribellate a Venezia) c'è solo da osservare realisticamente che la condotta dei Francesi mirava ad avere le spalle libere e sicure per una eventuale altra avanzata verso la Carinzia: non potevano certo opporsi alle "rivoluzioni" cittadine ed impegnare uomini a mantenere un Ordine che non era il loro. Bonaparte stesso sembra dire ai Rappresentanti Veneti:

- Arrangiatevi: sono affari vostri !

I massacri di Verona (Pasque Veronesi) provocati dagli eccessi dei francesi, furono indirettamente incoraggiati anche dalla notizia diffusa che l'Arciduca Carlo era in marcia e ormai vicino - Deus ex machina -, avrebbe finalmente messo ordine, in senso Austriaco alla guerra.

La seguente repressione francese fu feroce, come ben si poteva prevedere.

Episodio delle Pasque veronesi

Questi fatti rivelarono appieno l'incompetenza, la disinformazione, la doppiezza, il tradimento di ogni onore da parte delle Autorità Veneziane.
Infatti si ordina la leva in massa, dimenticando che non esiste un Comando organizzato per tutti i territori, non esistono soldati addestrati disponibili, non esistono neppure armi individuali sufficienti per le masse, che vengono fatte affluire verso Verona alla rinfusa, armate di bastoni, forche, falcetti e qualche corta spada (palossi).
I Francesi avrebbero facilmente buon gioco su di esse, ma non vogliono complicazioni - essi mirano a Vienna - e si concorda una pace a condizioni, in fondo nemmeno poi così gravose come c'era da aspettarsi, date le circostanze. Come nota del resto in tempo reale la stessa Ottavia Negri Velo.

Il seguito, come abbiamo letto, si traduce in quella farsa tragica - che con un neologismo datato 8 settembre 1943 - può esser chiamata: una badogliata.

Queste pur necessarie digressioni sugli avvenimenti generali, non ci hanno fatto perder di vista i nostri personaggi, anche se le notizie che di essi ci restano per questo periodo sono rare e lacunose.
Sappiamo che i fratelli Bissari all'inizio del '97 si trovavano tutti in patria.

Infatti in una lettera del '95, Enrico accenna alla guerra e prevede l'interruzione del viaggio a causa di essa. In un'altra lettera dell'anno dopo, diretta a M.A.Trissino dice tra l'altro:

...Qui ci va giungendo una quantità di nuove buone e cattive rapporto ai Francesi. Si esulta nel sentir le Vittorie delle Fiandre, ma ratristano i progressi in Italia.
I torbidi poi, che continuamente si manifestano in Napoli mettono ognuno in molta inquietezza e forse renderanno più breve il mio soggiorno in quello stato...
Il fratello Mario mi incarica di riverirla distintamente.

                                                                                            Cav. Fra Enrico Bissari

Le opinioni espresse in questi scritti del '95-96 sono ovviamente prudenti, dato che la guerra era ancora molto lontana. I viaggi ebbero poi il loro termine, forzato dagli avvenimenti.
Considerando quel che bolliva nella pentola europea ed italiana i Nostri Bissari, come molti altri, devono aver pensatoi:

- Tutti a casa!

Ma erano poi proprio gli stessi, i fratelli Bissari che tornavano ?

Io credo che in essi la scelta di campo fosse ormai cosa fatta: quel fermento di opinioni talvolta contradditorie che da anni andavano constatando su argomenti - i più vari ed importanti -, proprio durante i loro viaggi dovette definirsi nella loro mente con lucidità, ed eccoli tornare a casa con le idee francesi, o almeno con quel tanto di progressismo verso le istituzioni e gli ordinamenti sociali, che le vicende del tempo - per essi più tangibili che per altri - facevano ormai intravedere possibile anche a casa loro,

Del resto, nella stessa Malta, i Cavalieri, oltre ad essere per la grande maggioranza Francesi per origine, non erano certo del tutto nemici di quella rivoluzione, che stabiliva l'eguaglianza di tutti (i fratelli) di fronte alla legge. Questa tesi è abbondantemente suffragata tra l'altro da una interessante lettera scritta dal Gran Priore di Malta a tutte le "Lingue" (così venivano chiamate le varie Regioni dell'Ordine) d'Europa.
Si sa infatti, che quell'anno, durante la spedizione in Egitto, Bonaparte prese Malta, munitissima, senza colpo ferire: i Cavalieri non opposero resistenza, anzi aprirono le porte ai Francesi.

Nella lettera citata, il Fra Priore tenta di dimostrare che i Cavalieri s'erano fatti onore ed avevano ceduto solo per evitare una carneficina ormai senza più alcun senso. Questa difesa - ahimé tardiva e patetica nel suo linguaggio ampolloso e fuori tempo anche a quell'epoca - conferma la realtà dei fatti: i Cavalieri ormai professavano nell'Ordine Gerosolimitano solo per averne i vantaggi, l'extraterritorialità, l'intangibilità, il prestigio, l'uniforme e qualche Commenda che desse loro una rendita di che arrotondare le loro rendite personali, possibilmente al meglio.
Quanto ai voti, e a morire con le armi in pugno, come volevano i loro statuti, ...beh, meglio non parlarne….

Lo stesso Chandler a p. 291 dice testualmente:... fu una fortuna per i francesi che nei Cavalieri di S. Giovanni fosse ormai rimasto poco spirito combattivo... e poco oltre : ..il Tesoriere dell'Ordine era stato comprato...

Ecco dunque i nostri Fratelli Cavalieri, nel 1796, tornati da pochi mesi a Vicenza, condurre la loro bella vita di Città, con quel tanto di soddisfazione derivata dal loro insolito ruolo di viaggiatori, Cavalieri, gente che ha visto il mondo.
Enrico, in particolare, dopo la tragica fine di Camillo, già chiacchierata, è divenuto il maggiorasco dei Bissari e vive di persona il conflitto tra il suo stato di "Religioso" ed il suo nuovo dovere di Capofamiglia. Non dismette per questo l'abito dell'Ordine né l'atteggiamento provocatorio verso l'etablishment; frequenta ogni tipo di persone e, fidando nella sua intangibilità di Cavaliere, parla un po' troppo, forte, dovunque, e di argomenti vietati.

È molto significativo a questo proposito uno degli ultimi dossier esistenti nell'Archivio di Stato Veneto sotto la voce Inquisitori di Stato.
Ne riportiamo ampi stralci poiché proprio esso ci sembra la prova che la Prima Municipalità Provvisoria vicentina, non fu per nulla improvvisata, come parve a molti, ma fu il frutto di un vero e proprio piccolo, provinciale complotto, che attendeva solo l'opportunità di realizzarsi.
Intendiamoci bene: non si trattò proprio di un golpe organizzato a puntino, o per lo meno, non era ancora giunto a tanto, ma forse mancò soltanto il tempo.

Da una parte la dimestichezza degli ex Liberi Muratori - Leonardo Bissari e gli altri - con idee più aperte; dall'altra, l'avvicinarsi delle armate Francesi, fecero certamente balenare qualche possibilità concreta di cambiamento radicale a quei pochi ch'erano a Vicenza - in bene o  in male - in grado di desiderarlo. 

Il fervido entusiasmo, la cieca fiducia nella "virtù rigeneratrice" degli animi, che emanava da questi Giacobini ci appaiono oggi ingenuità.
L'arrivo delle truppe Francesi - dapprima solo di passaggio, a piccoli drappelli, ma poi sempre più vicine e numerose, diede l'opportunità ai più ardimentosi - ecco Enrico Bissari in primo piano - di cominciare a far qualcosa.
Infatti, come vedremo, Enrico si fa conoscere dai Francesi (acquartierati tra Montebello e S. Bonifacio) come un loro simpatizzante. Ogni tanto, qualche pattuglia francese si spingeva anche in città. 
A Vicenza di diffonde la diceria di riunioni notturne a casa Bissari ed altrove, fino a che circola addirittura la voce che tutto è pronto per fare lo sgambetto al Rappresentante del Governo Veneto.

Gli orecchi della Polizia sono sempre molto sensibili alle chiacchiere provenienti da certe fonti sospette.
Venezia aveva organizzato da sempre un efficientissimo servizio investigativo che si reggeva su di una rete capillare di informatori sparsi per tutto il Territorio, pagati dal Governo: delatori, spie.

A Vicenza operava in tale ruolo - è legittimo pensare volentieri - un certo Brocchi, vedi un po', Bassanese, cosicché la storica, secolare, rivalità campanilistica tra le due città era qui abilmente messa al profitto della polizia. Più recentemente trovammo tracce dell'attività del Brocchi negli anni immediatamente precedenti al 1797, a Verona e a Crema. Pensiamo quindi non azzardato concludere che fosse un agente fidatissimo, dotato di larga autonomia.

Proprio grazie alle delazioni di questo Brocchi, che rispondeva direttamente al capo degli Sbirri a Venezia, certo Lavagnolo (che rimarrà nella sua carica anche sotto il Governo Democratico, come è confermato dalla stessa Ottavia nel suo Giornale), s'iniziò il 24 marzo 1797, un'inchiesta che - come Dio volle - non poté più esser portata a termine poiché le circostanze non lo permisero.
Diversamente gl'indiziati avrebbero subito processi e condanne severissime, fors'anche la morte, dato che a quell'epoca, nella Serenissima, si dava la morte per molto meno .

Il fascicolo (A.S.V. Inquisitori di Stato 1251-382), buon ultimo, nell'ultimo dossier di quell'archivio della Repubblica di S. Marco, è poco noto, ma non sembra ancora sufficientemente sviscerato in senso vicentino. 

Esso tuttavia, a nostro avviso, riveste un'importanza notevole per tre valide ragioni: 

- La prima, ma non la più importante, è che noi ci occupiamo dei Bissari ed in questo primo verbale istruttorio ce li ritroviamo un po' tutti.

- La seconda è che tale fascicolo offre un campo d'indagine vastissimo per quanto riguarda i Giacobini Vicentini e le loro interrelazioni; campo nel quale v'è molta più possibilità di lavoro di quanto noi non si sia tentato timidamente di fare, e che quindi indichiamo ai volonterosi.

- La terza, che riteniamo di sottolineare ancora, è che proprio il fascicolo dimostra inequivocabilmente - come abbiamo detto prima - l'esistenza in Vicenza di una fazione giacobina, pronta all'azione, già prima dell'arrivo dei Francesi .

Poiché nel dossier compare anche il nome di Ottavia dobbiamo chiarire subito che essa vi è citata soltanto come testimone e non come imputata. Ma non se ne fece più nulla. Ottavia non venne interrogata. Non ci fu il tempo. Gli avvenimenti non lo consentirono perché i francesi avevano ormai occupato Vicenza, il Veneto, Venezia stessa.

Il Lavagnolo, capo della polizia veneta, non ebbe il tempo di effettuare tutti gli interrogatori ed il fascicolo è rimasto incompiuto.

È un fascicolo che merita un po' più di due parole, alla pagina seguente.

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