14. La Rivoluzione

 

D'ora in poi gli eventi incalzano veloci. Continua Ottavia:

"Il 26 aprile....si racconta confusamente la capitolazione di Verona, si getta sciabole e coccarde Venete...., a 23 ore italiane giunsero otto Francesi di Cavalleria, unitamente ai K.i Enrico e Pietro Bissaro che andarono senza saputa di alcuno a Montebello con l'oggetto ..."  evidente di contattare i vincitori ed informarli dell'esistenza di un partito giacobino in Vicenza.

È verosimile credere che proprio in questa occasione il Gen. La Hoz abbia consigliato i Nostri Cavalieri - intoccabili per la loro uniforme - a tornare presto in città e costituire al più presto un nuovo governo cittadino, una Municipalità Provvisoria, di stampo nettamente giacobino, per quanto di giacobinismo come l'intendeva il La Hoz potesse trovarsi a Vicenza. Tutto, però, doveva essere effettuato molto in fretta, in modo di porre ufficialmente i Francesi di fronte al fatto compiuto: essi non avrebbero sconfessato un governo nato dalla spontaneità. Ciò, invero, superava le intenzioni stesse di Bonaparte ed appunto per questo bisognava agire in silenzio e velocemente ; Infatti,..

....il Rap.te [della Rep. Veneta, massima autorità ufficiale, Podestà e Capitanio] Barbaro,... fuggì a piedi per la Porta di S. Bartolamio. Questi sette Francesi,... si alloggiarono in Casa Bissaro, dove, si disse, vi fu un club quella sera....

Ecco quindi concretizzata quell'antica vaga speranza di esser protagonisti del cambiamento: quel club, quella riunione certamente seguiva le precedenti molto più innocenti e vaghe, almeno all'apparenza, come abbiamo avuto modo di vedere, e la presenza di due vecchi Liberi Muratori come Leonardo Bissari e Giovanni Scola confermava la tradizione massonica alla testa del movimento giacobino. Le chiacchiere da caffè non potevano più restare chiacchiere: bisognava stilare una lista di nomi, informare gli altri interessati ed agire decisamente.

Il 27 aprile:

,..in mezzo ai sforzati chiassi suscitati dal partito democratico si ha abbattuti tutti i S. Marchi, e si hanno poste le coccarde nazionali,..

Ottavia parla di coccarde nazionali, molto semplicemente, ma ci sembra doveroso rilevare che questa parola accettata subito nel linguaggio comune con semplicità è proprio il primo segno che tutti davano per scontato d'essere italiani e non più soltanto, bresciani o bergamaschi, vicentini o padovani, ma riuniti sotto il simbolo del drappo cispadano che li rappresentava.

I Deputati della città in carica - il Governo ufficiale - si recano ad omaggiare il Generale La Hoz, che, accampati i suoi uomini in Campo Marzo, pone il Quartier Generale a Casa Cordellina in Riale, nientedimeno, la residenza più nuova e prestigiosa della città (già sede di una scuola media, ora di competenza della Biblioteca Bertoliana). Intanto il partito democratico agisce.

Il 28 aprile: ...Questa mattina, con sorpresa, ragiro, e clamori, si creò la Municipalità, pretestando che, tardando i Deputati a farlo, i Patrioti non potevano trascurare di supplirvi. Era l'intenzione dei Francesi di confermare il Corpo dei Deputati con delle aggiunte Democratiche, anche per non innovare la maniera di esser provvisti... ...Vicenza tranquilla soffriva ogni cosa con pazienza, e a stento i Patriotti trovavano un discretissimo applauso...

ll Tornieri parla invece di cinquanta o sessanta persone, biricchini di piazza, presenti ad acclamare il cambiamento. Si disse addirittura pagati per questo. Non esitiamo a crederlo, poiché per essere Giacobini a Vicenza occorreva una certa spregiudicatezza che non poteva esser appannaggio che di una sparuta minoranza: il numero, la piazza, la claque potevano anche esser comperati. La nuova Municipalità si sostituisce al Governo in carica con un piccolo colpo di mano ed Ottavia stessa lo dice chiaro. Altrove il passaggio al nuovo regime avviene senz'alcuna soluzione di continuità: a Bassano ad esempio, come quasi ovunque, sono i Francesi, secondo il volere di Bonaparte, che semplicemente impongono un rimpasto: fanno partecipare anche persone non nobili al Governo esistente e lo chiamano Municipalità. Comunque Ottavia, nel suo Giornale, è attenta anche a ciò che avviene altrove e c'informa che ...di Venezia nulla si sa. Vi si calcolano molti partiti e molto terrore... e prosegue con una quartina significativa per indicarci quale fosse l'opinione corrente di allora sulle indecisioni, l'inerzia, l'abulia del Governo di S. Marco in quelle drammatiche circostanze:

Leon Piagato a morte

vede la sua ferita

sente manca la vita

e fa pregadi ancor

 

 

 

 

Proclama di abolizione dei Dazi, non firmato, poi dichiarato falso.-

 

Le settimane seguenti furono frenetiche. Per prima cosa, instaurata la Municipalità si abolirono tutti i dazi. Il decreto che uscì, non firmato, fu proposto da Pietro e Luigi Bissari. Dimenticanza? Naturalmente l'erario n'ebbe un colpo mortale, tanto che dopo qualche tempo si dovette ripristinare tutto, appunto accampando la mancanza della firma. Ma intanto, almeno per un po' il popolo minuto fu guadagnato alla causa. I Municipalisti iniziarono quindi a porre mano agli enormi problemi di fondo, alla soluzione dei quali nessuno era preparato. D'altronde la Repubblica Veneta s'era retta con ben altri criteri, partendo da ben altri principi, mirando a ben altri scopi.

Mai il termine di Rivoluzione ebbe un significato tanto appropriato, pur non essendovi alcuno spargimento di sangue!

Si trattava di abolire tutti i privilegi, sanzionati da secoli di istituzioni feudali, inestricabili pastoie al progredire economico comune: i maggiorascati, i fideicommissi, l'intangibilità delle terre della Chiesa, e tutte le infinite altre diseguaglianze giuridiche che per secoli avevano anteposto l'interesse dei pochi alle necessità dei molti. Si trattava di modificare il sistema fiscale, di abolire i livelli, le servitù ricercando una più equa ripartizione del prelievo. Si trattava di iniziare alla libertà di pensiero, di stampa, di parola, menti addormentare dasecoli di pigra ignoranza.

Così bene fu compresa l'importanza di quest'assunto, che la Municipalità volle creare, come in altre città dell' Italia, una Società Popolare d' Istruzione Pubblica. Essa doveva darsi un programma di argomenti che avrebbero insegnato al popolo digiuno della cosa pubblica il modo di operare, di vivere in democrazia. In pratica essa era un po' come i Club parigini, dove fino a pochi anni prima - la svolta moderata li aveva soppressi - si discutevano in pubblico gli sviluppi della Rivoluzione, i Decreti, leleggi votati dalle Assemblee.

Solo che, mentre a Parigi il Popolo stesso,interessato direttamente, aveva determinato il corso della Rivoluzione mantenendo il contatto con gli avvenimenti mediante la frequentazione di queste " Sezioni", in Vicenza - si licet in parvis...- non si doveva riscontrare nulla di tutto ciò, poiché la massa popolare assolutamente ignorante dell'attinente al Bene comune, rimase completamente inerte, come se quegli avvenimenti non la riguardassero.

Albero della Libertà - Acquerello di Goethe

Tali Società di P. Istruzione avrebbero dovuto preparare il popolo alla politica, poiché il presupposto della Democrazia è sempre stata la coscienzacivica.

Nella realtà le cose furono e sono tuttora molto più difficili, poiché l'ignoranza non ha la coscienza nemmeno di sé stessa. (Va ricordato cha proprio sulle reminiscenza di queste Soc. d'Istruzione Pubblica ben più tardi, nell'ottocento, si diffusero le società popolari con varie finalità - es. Cultura Popolare e Mutuo Soccorso - e furono pressoché le uniche fucine di maturazione civica in Italia.

E di quanto ce ne fosse bisogno possiamo ben immaginarlo! La Società Popolare d'I. P. divenne quindi ben presto soltanto la sede di tante belle intenzioni. Concetti come bene comune, libertà, democrazia, elezioni non potevano essere intesi se non dallo sparuto gruppo di Giacobini che la frequentò e a turno vi teneva le sedute. L'Abate Velo, primo presidente la improntò al dialogo popolare, teorizzando la democrazia diretta.

Un episodio è significativo: il 18 giugno

... Baldisserotto... parlò in Piazza sul piedestallo dell'Albero, c'era marcato, i contadini fugirono, ed egli loro lanciò dietro il proprio capello dicendo : non meritate, che si affatichi per voi,..

- Animalis autem homo non percipit ea quae sunt spiritus!

Questa massima di S. Paolo, che i Giacobini intellettuali avevano imparato sui banchi della loro educazione applicata ad argomenti spirituali, non era forse proprio adesso quotidianamente verificata in altri argomenti?

- Istruire il popolo perch'egli partecipi a fare il suo bene: non è forse questa un'utopia (anche oggi)?

L'Abate Velo vedeva troppo lontano. Rifiutato dalla sua famiglia, dai Nobili, gettata ora anche la veste ecclesiastica, era adesso rifiutato da tutti. Il suo impegno fu certamente profuso anche per desiderio di rivalsa, ma egli tuttavia ben presto si dovette accorgere che il suo incarico alla Società Popolare era un modo elegante per escluderlo dalle cose di governo.

Il diverso non trova mai spazio! Evidentemente, nonostante tutto, anche i Giacobini di Vicenza conservavano nel fondo dell'animo i pregiudizi dell' ancien régime. Il Velo volle comunque influenzare i dibattiti alla Municipalità e le sue decisioni promuovendo gruppi di pressione che assistevano alle sedute di questa. Tali gruppi provocarono a volte dei tumulti in aula, tanto che - dopo l'arresto dimostrativo del massimo intemperante, tale Camarella avvocato - si dovette drasticamente limitare la presenza del pubblico in aula.

La Soc. Patriottica d'Istruzione Pubblica rappresentava la sinistra ideologica più squisitamente Giacobina, intendendo stavolta il termine secondo l'accezione francese; essa premeva per provvedimenti ben più radicali socialmente e ben più profondamente incisivi di quanto la Municipalità, era costretta a prendere per necessità di cose; logica conseguenza della rigorosa formazione illuministica del Velo, troppo emergente sugli altri per aver seguaci, a parte ogni pregiudizio sulla sua persona.

Infatti, dice Ottavia, tale Societa Patriottica - leggi Velo - il 12 giugno ha

... estesi 60: temi, cioè di sciogliere i Fideicommissi, liberazione totale delle acque, ed altri importanti oggetti,.. tutto a getto di penna....

Solo una mente profondamente preparata poteva presentare tali e tante proposte in così breve tempo. Certamente le mozioni traevano spunto da ciò che accadeva altrove, a Milamo, a Bologna e nella Francia degli anni precedenti. Insomma: un cumulo immane di problemi da affrontare e, se possibile, da risolvere per il meglio, per il Bene comune.

Analizzando - col senno di poi - la composizione delle Municipalità si può vedere come troppo spesso s'era fatto strada l'intrigante ed il profittatore, occasione sfruttata al meglio nell'opera di demonizzazione che doveva essere operata in seguito. D'altra parte i veri Giacobini erano pochissimi e nella fretta di costituire un nuovo Governo - quella notte del Club - potevano contare solo su sé stessi. Dovendo approntare una lista di nomi, segnarono, oltre ai propri, quelli di persone che, forse appunto perché interessate in modo diretto per motivi economici, davano loro una garanzia di sostegno.

Non altrimenti vanno viste le proposte come quella del 9 agosto fatta da Antonio Sitoni, setaiolo, che proponeva un decreto per vietare alle donne addirittura le vesti di lino e mussola. La proibizione delle importazioni di questi generi, certamente avrebbe contribuito a migliorare la bilancia commerciale,.. in una con i guadagni che lui stesso e gli altri setaioli ne avrebbero tratto! O l'altra proposta, precedente, dell'8 giugno, di sgombrare il Convento dell'Araceli perché, nota ancora Ottavia:

... alcuni Marcanti avevano formato il disegno di stabilir in esso un Laboratorio di Sete,..

Interesse privato in atti d'ufficio? Conflitto di interesse? Certamente, ma una cosa è indiscutibile: in mezzo a questo conflitto di idee, di provvedimenti più disparati e contradditori, di persone stesse

...la Municipalità lavora le otto e nove ore al giorno e la maggior parte dei membri che la compongono ne rissentono, e nella salute, e dalla fatica. Anche i membri dell'Istruzion Publica fanno a proporzione lo stesso...

E nove giorni dopo, il 16 giugno,

...vi sono varj Municipalisti ammalati, Ceroni, Enrico Bissari, Testa, Guzan ed altri...

Leggendo le cronache di quei giorni, sembra di assistere al brancicare di un gruppo di ciechi, tanto sconclusionati e maldestri ci appaiono oggi i tentativi dei Giacobini nostrani, ma dobbiamo ricordarci che per essi il governo della cosa pubblica era un'assoluta novità già nei suoi aspetti ordinari: men che mai potevano esserne esperti in circostanze così nuove e straordinarie. L'Abate Velo ha forse ragione nel dire:

...buoni patrioti, è vero, profittarono dello sbalordimento delli Aristocrati, all'avvicinarsi dei Francesi e Cispadani d'ogni canto vittoriosi, per strappar loro di mano ogni autorità, ma necessità, timore, incertezza, fretta più che altro, produsse nel maggior numero la Rivoluzione,.. e prosegue : ...una fazione non filosofica...alimentata coi discorsi di piazza e dei caffè, una fazione di indifferenti a qualunque forma di governo pur che si conformi ai loro interessi... colse l'opportunità del nuovo sistema politico per figurare, mettersi alla testa della popolazione ed opprimer la fazione contraria...

Il Velo qui non fa nomi, ma a noi vengono proprio in mente le ambizioni di Brunoro Muzan, di Enrico Bissari e gli interessi dei vari mercanti profittatori: Piovesan, Basso e compagni... Certamente la cultura di questi individui non era all'altezza di quella del Velo, ma quanto giocava in quest'ultimo il rancore nel sapersi l'eterno escluso ?

Ecco quindi come dal Giacobino più integrale i Nostri ebbero uno dei nemici più accaniti. Per molti di essi la politica era per lo più un'improvvisazione, solo alla lontana frutto di cognizioni; nel Velo era rigorosa applicazione di principi universali, razionali, "illuminati" e perciò stesso categorici. Peccato che mancassero di realismo; ma tant'è: l' Utopia era appena nata e la fede in essa, granitica.

La conduzione della cosa pubblica, dunque, era enormemente pasticciata; per la difficoltà di far bene e in fretta. Così, fu abolito ad esempio il Pensionatico: il diritto di pascolo nelle terre dopo il raccolto. Provvedimento che rientrava perfettamente nel quadro dell'abolizione dei privilegi: peccato però che il Pensionatico costituisse forse l'unico privilegio dei poveri.

I vincoli sulla terra scoraggiavano gli eventuali compratori che avrebbero voluto cintare i terreni per razionalizzare le colture. Non unico, l'anno prima, Bortolo Munari aveva delicatamente avanzato proposte a Venezia anche in questo senso. Infatti il cosiddetto Pensionatico era l'unica opportunità offerta da secoli ai poveri di mantenersi qualche pecora, pascolandola nelle terre pubbliche o altrui, dopo i raccolti ed in tempi ben regolamentati. E ciò, perché tale servitù, gravava su terre che un tempo erano dei Comuni, cioè di tutti. L'alienazione, la privatizzazione di esse fu a suo tempo consentita, dai Comuni, fatto salvo però almeno il diritto alla sopravvivenza dei più miseri, appunto con la servitù del Pensionatico. Col passar dei secoli si dimenticò l'essenza di tale diritto, considerando piuttosto il Pensionatico come un'elargizione dovuta a generosità del proprietario, tanto è vero che venne ovunque abolito e in fretta dalle Municipalità. (Non è fuori luogo considerare qui che da sempre, già da secoli prima, i maggiorenti comunali, erano le persone più istruite, più ricche, ossia proprio coloro che avevano il massimo interesse ad impadronirsi delle terre dei comuni indebitati. Ovviamente per il proprio tornaconto).

Dall'abolizione del Pensionatico fa data verosimilmente la drastica riduzione degli ovini nel nostro territorio, in una con l'immiserimento del contadino non proprietario. Comunque il provvedimento dovette poi rientrare almeno temporaneamente per le proteste di molti Comuni.

Ci basti sapere ad ogni buon conto che i Giacobini ebbero enormi difficoltà, anche e soprattutto, raggiunto il potere.

Queste difficoltà sarebbero state anche tollerabili se a tutto non si fosse aggiunta, dapprima vaga, poi più distinta, ed infine assolutamente certa, la coscienza del destino finale delle terre venete. Già subito, pochi giorni dopo il cambiamento, e precisamente il 7 maggio - dice O.N.di V., ai festeggiamenti attorno all'Albero della Libertà, svoltisi con gran luminarie e sfarzo in Piazza, e Opera buffa al Teatro, un ufficiale francese

...Mr. Mader detto Mustachina disse,… Quante pazzie, voialtri saretecertam.te Austriaci...

La conseguente, logica, sensazione d'inutilità, di vacuità non sembrò accompagnare l'operato delle Municipalità, almeno in un primo tempo: dai loro provvedimenti, dall' universo contingente dei decreti d'ordinaria amministrazione non trapela nulla; tuttavia l'incertezza del futuro non solo collettivo, ma individuale, non poteva non incombere sulle persone.

Ecco forse spiegate le chiassate rabbiose contro gli Aristocratici.

(Un Bissari capeggiò una di queste. Ecco di che si trattava: Un Caldogno, come comandante delle truppe Venete di confine, alla testa di un gruppo di cavalleria s'era opposto valorosamente ad un manipolo di Francesi a Porta Vescovo ini Verona infliggendogli notevoli perdite, e tornato a Vicenza ne aveva menato vanto. I Caldogno, fatti nobili dalla Casa d'Austria, avevano da sempre come simbolo, un rapace, falcone in mancanza d'aquila - segno della fedeltà dei Caldogno, all'Imperatore - che tenevano accanto all'ingresso del loro palazzo. Una brigata capitanatata da Luigi (o Pietro) glielo asportò per dileggio verso i filo Austriaci, meditando di decapitare il volatile in Piazza. I Francesi intervennero e quietarono tutto).

Significativo esempio di rivalse meschine che forse già intuivano la fine imminente di tutto in una bolla di sapone.

Ecco quindi la fretta di fare, fare, fare tutto. Subito. Fin che si può. Pur che qualcosa resti. Ecco i primi tentativi di abbozzare le nuove leggi per le successioni, l'abolizione dei titoli feudali, la cancellazione dei vecchi ordinamenti, la liberazione delle proprietà da secolari pastoie, la creazione di una Guardia Civica.

 

Vicenza, Museo del Risorgimento - Guardie Civiche - Stampa dell'epoca

Per noi queste sono brevi frasi, parole forse vuote, ma a quel tempo, ognuna di esse metteva in discussione un intero, secolare sistema di potere politico e, soprattutto, economico. È ben vero che si cercò di tener conto delle esperienze in tel senso operanti nel resto dell'Italia occupata, nella Cisalpina, ma le realtà locali della Repubblica Veneta erano assai diverse dalle realtà lombarde od emiliane.

Dice il Da Schio:

... I possidenti vicentini erano troppo interessati (liberali e no) alla conservazione di quella istituzione. [= maggiorascato, livelli etc. diritti feudali (N.d.a.)] Agricoli tutti, quasi tutti di antica stirpe, vissuta sul fondo dei loro padri, che voleano tramandare ai loro nipoti, abbrividirono col pensarsi che presto, o tardi verrebbe lo straniero con l'oro alla mano a discacciarveli...

Ecco il garbuglio degli interessi ingigantire a dismisura le difficoltà di queste radicali riforme, tanto che il già citato Francesco Testa se ne uscì con scritti satirici criticando in pubblico - egli, giacobino - i provvedimenti adottati circa i fideicommissi che lo trovavano dissenziente nel metodo.

Ecco quindi i contrasti tra i componenti della Municipalità. Ci si può figurare, con quale perdita di prestigio per il Governo, di fronte a tutti: amici e nemici.

Ed ogni tanto, greve come un macigno, il pensiero ormai di tutti: - A che servirà tutto questo, se diverremo Austriaci?

La lenta agonia della definitiva sistemazione di Venezia trovava la sua spiegazione nel ben più vasto quadro della situazione Europea, Bonaparte, nel firmare i preliminari di Leoben, aveva di molto travalicato i poteri conferitigli dal Direttorio, e per quanto riguardava la cessione di Venezia all'Imperatore (cosa inammissibile per una Nazione che si diceva propugnatrice dell' autodecisione dei popoli), e per altre clausole: tutti particolari tenuti accuratamente segreti - ufficialmente - non solo perché non fosse palese il conflitto tra il Governo Francese ed il suo Generale, ma soprattutto per non sollevare un vespaio in Italia presso i vari Governi e Municipalità.

Altrettante buone ragioni aveva l'Austria: essa stessa, tra l'altro, nonostante le veramente allettanti proposte di Bonaparte, non poteva ostentare una pace separata dai suoi alleati.

Leoben fu quindi un accordo segreto: la pace vera si sarebbe definita meglio tra tre mesi, pena la ripresa delle ostilità.

Dopo due mesi all'incirca dall'accordo segreto, gli Austriaci presero a temporeggiare con vari cavilli pretestuosi che non sfuggirono a Bonaparte. In realtà la situazione interna della Francia sembrava destinata - come già due anni prima - ad evolversi in senso più favorevole ai controrivoluzionari, e l'Austria ritenne valesse la pena di tirare in lungo la trattativa in attesa dello sviluppo degli avvenimenti.

A Parigi la fazione moderata era ridivenuta potente ; tra i cinque Direttori, due sembravano perduti per la Repubblica. Nella loro sostituzione v'era il forte rischio che la sorte favorisse la controrivoluzione, occulta ma presente tra i Deputati stessi.

Il Gen. Pichegru, Comandante in capo degli eserciti del Nord tradiva certamente, ma non si avevano le prove per liquidarlo. Un caso fortunato mise nelle mani di Bonaparte lettere di Pichegru dirette ai Realisti emigrati, probanti la connivenza di quest'ultimo coi nemici; lettere spedite senza indugio a Parigi per crearsi benemerenza presso i Direttori come a dir loro : - Io sono fedele! Contate su di me!

Contemporaneamente Bonaparte fa il doppio gioco: sospende l'invio di preziosi in Francia senza dir nulla, con la scusa che deve approvvigionare i soldati.

Come a dire : - Attenti però che senza di me non potete far nulla!

La Francia è sull'orlo della catastrofe economica. Il Direttorio sa che può contare sulle baionette di Bonaparte, ma sa pure ch'egli è ora deciso a chiedere un prezzo: giocare un ruolo di primo piano nella politica interna.

Da Milano, il 14 luglio - Festa Nazionale rivoluzionaria - il Generalissimo proclama che l'Armata d'Italia non lascerà perire la Repubblica, anzi, è pronta a tornare in Patria per difenderla dai nemici interni. Tale proclama, dato alle stampe e sottoscritto da tutti i soldati, viene inviato al Direttorio, quale altro utile avvertimento ai nemici - e agli amici - della Repubblica.

Con questo nuovo arbitrio - i militari non possono entrare nella politica - Bonaparte si rese determinante al Governo, il quale si mosse rapido, attuando il colpo di stato del 18 fruttidoro 1797, mediante il quale, anche stavolta senza ricorrere al Terrore, rese innocua la fazione monarchico-reazionaria. (Hoche, giovanissimo Generale, appena sposato, che si trovava vicino a Parigi, fornì l'appoggio dei suoi soldati nonché lo stesso denaro necessario all'impresa, la dote della moglie.)

Il 18 fruttidoro salvò la Repubblica, ormai non più rivoluzionaria ...... ela consegnò nelle mani dei militari

Dopo quella data, Bonaparte poté dare libera attuazione alle sue volontà: pace con gli Austriaci - alle sue condizioni - compreso lo scambio delle terre Venete, per meglio volgersi contro l'Inghilterra, l'unico, il vero pericolo per la Francia, prepararvi una spedizione... e seguire la politica interna da vicino: da Parigi.

Da quella data cominciò la vicenda che l'avrebbe portato a divenir Napoleone.

I mesi seguenti al Fruttidoro sono per Vicenza ordinaria amministrazione, per quanto possa chiamarsi ordinaria amministrazione quella di un Territorio divorato nelle sue ormai esauste risorse dalle ingenti requisizioni quotidiane che vettovagliavano le truppe occupanti. Si requisiva di tutto: buoi, cavalli, grano, fieno, legname, panni di seta e di lana. Il pagamento veniva effettuato mediante buoni di pagamento a fine della guerra, non sappiamo quanto in seguito evasi: non è solo ipotesi il ritenere che molti siano rimasti pezzi di carta.

Si promosse un prestito forzoso sul reddito agrario. Sappiamo che Enrico Bissari pagò 1000 ducati ed Ottavia Negri 6000 (di suo). Proprio da questo documento vediamo che molti nomi dei contribuenti maggiori non provengono dalla Nobiltà, ma dalla ricca Borghesia dei mercanti che già avevano rivolta la loro attenzione alla terra.

La quota dei Bissari, pur non essendo proprio irrisoria figura comunque molto lontano dalle più consistenti. D'altra parte Enrico era l'elemento Nobile più in vista tra i Municipalisti e non poteva certo sottrarsi alla sottoscrizione. (Comunque i Bissari di Leonardo erano in lista per una cifra maggiore, ... grazie a Gualdinello,..)

Il 19 agosto 1797, giunge a Vicenza, tramite "il foglio di Zurigo" la notizia che la pace stabilisce definitivamente la cessione all'Austria di tutta la Terraferma Veneta fino all'Oglio. I democratici allibiscono: tale mostruosità, anche se da tempo sussurrata, speravano, non sarebbe mai accaduta. In un'ultimo tentativo.

Enrico Bissari, ricevuto con Iseppo Remondini da Bonaparte, alloggiato da Cordellina, espone il desiderio di tutti: che Vicenza sia annessa alla Repubblica Cisalpina,

...al che Bonaparte rispose : Nous souviendrons vos interets: nel discender però che fece le scale per partire, insistendo il Bissari su di ciò, Bonaparte rispose: nous le souviendrons tant que nous pourrons, ed è partito a mezzogiorno per Udine...

Ma l'incertezza non è ancora finita, nonostante la pace "pubblicata", - si trattava infatti solo della pubblicazione dei preliminari di Leoben - poiché il 30 agosto

...li Generali vanno spargendo, né mai si dice sillaba senza perché : che dopo i Preliminari di Pace fatti a Leoben, se l'Austria avesse continuato come doveva, le sue negoziazioni con nitidezza, noi saressimo stati esenti da questa rovinosa permanenza di truppe ancora nel maggio passato, ma tanto l'Austria e l'Inghilterra hanno molto sperato e atteso nei torbidi di Parigi, per far meglio i loro affari.Questa vendetta irrita a questo momento i Francesi, sicché se si scioglierà le trattative, ricomincierà una guerra delle più formidabili e si rivoluzioneranno fino i sassi,.. Un mese dopo, si nota : ...che il Gen, Beillard è ritornato questa mattina e di già quattro espressi gli hanno portato le notizie da Udine. Interrogato su t ale argomento rispose : le notizie non sono troppo buone e non c' è che l'intervallo di dodici giorni che possa decidere della pace o della guerra,..

Le notizie che Ottavia riporta nel suo Giornale sono fresche ed accreditate dalla dimestichezza ch'ella aveva coi Municipalisti e con gli stessi ufficiali dello Stato Maggiore Francese. Non dobbiamo infatti dimenticare che nonostante l'occupazione, la vita continuava e si davano balli e ricevimenti in piccolo e in grande.

La divisa Francese emanava un fascino particolare, poiché fiorirono numerosi idilli, tra soldati e ragazze del popolo, ma anche tra ufficiali e nobildonne. Alla data del 26-2-1797, Ottavia, con un senso dell'humor cosparso di soda caustica, scrive alla madre, a proposito di una festa da ballo :

.....Manca solo la Marchesina che ha cambiati i piaceri in zecchini e si goderebbe i suoi militari a piacimento.... e farebbe gli onori della neutralità disarmata.....

Purtroppo non ci è stato dato di identificare la Marchesina in questione...

Proprio in questo torno di tempo si provvide a riordinare la toponomastica cittadina ed a codificare con scritte in loco i nomi delle strade, delle piazze, delle contrà, sanzionando ufficialmente le denominazioni della tradizione: cosa che dovrebbe servire d'esempio al malvezzo attuale, troppo lesto a sostituire i tradizionali nomi delle strade con nomi di colore politico attuale, che in capo a pochi anni non avranno più alcun significato.

La Municipalità e il Governo Centrale continuarono a svolgere le loro funzioni come se nulla fosse, ma prima o poi - 20 ottobre - bisognò pur aprire chi occhi.

...il Gen.l Beillard ebbe una lettera che gli dice di diramare tutte le sue truppe per il nostro territorio per dar luogo alla sopravvenienza di quelle dalla Piave...

Ci siamo. Le truppe se ne vanno pian piano, molto lentamente, continuando a vivere alle spalle dei territori occupati: possiamo immaginarci con quale esaurimento di questi.

In Vicenza città, dall'inizio dell'occupazione si devono calcolare all'incirca da 6 a 11 mila soldati presenti giornalmente: un soldato ogni tre-quattro abitanti coloriva la vita cittadina, che non era certo monotona. Vari episodi potrebbero qui essere aggiunti, ma ormai nulla più sarebbe determinante: i disagi per le brentane, qualche incendio, l'arrivo a varie riprese di feriti incurabili, lo sgombero di qualche convento, il broglio dei giacobini profittatori, che ritiravano l'argento delle chiese e dei privati talvolta senza rilasciar ricevuta, i Sette Comuni che fanno resistenza ed i Francesi con una colonna riducono tutti all'obbedienza... La commemorazione dei Caduti con sparo di cannonate e di fucileria, il Monumento...Tutti avvenimenti qui ricordati a caso, senz'alcun ordine cronologico, poiché non determinanti.

Dal novembre i Giacobini cominciano a sentirsi sbandati e pensano con apprensione e rammarico alla loro sorte futura.

- Davvero tornerà di nuovo tutto come prima?

La creazione dalla Guardia Civica - in cui era ufficiale il più giovane dei Bissari, Mario - e l'arruolamento tra le truppe Cisalpine offre ad alcuni il destro di seguire in Lombardia le sorti del primo nucleo di esercito nazionale italiano: esercito composto in gran parte da esuli politici, che ancora credevano negl'ideali di pochi mesi prima, e per i quali s'erano compromessi in Patria.

L'esame della sorte di ognuno d'essi ci porterebbe lontano ed invece è ora di non oltrepassare il limite di tempo e di spazio fissato al nostro scopo, considerando soltanto pochi, essenziali personaggi.

Basterà limitarci ad aggiungere che i Francesi continuarono a spostarsi per il Territorio - si dava luogo alle truppe che venivano dal Friuli - per oltre due mesi: due mesi in cui l'agonizzante Vicenza impercettibilmente distillava ancora i suoi rantoli.

Gli Austriaci giunsero il 19 Gennaio 1798, tra le festose acclamazioni del popolo, gli omaggi della Nobiltà bardata a festa e gli osanna del Clero, Vescovo in testa, che dal balcone del palazzo dei Tornieri assistette benedicente alla sfilata delle truppe. Poi tutti in Duomo:

-Te Deum laudamus... - Viva l'Imperatore ! - Grazie o Signore che ci hai liberato dall'Anticristo !

Giacomo Breganze - aiutante d'un Ufficiale Francese oltre che Municipalista - se la cavò per un pelo da conseguenze peggiori, tanto che riparò a Milano.Il popolo diede la caccia ai Municipalisti, ai Giacobini, ed anche se non ci furono linciaggi veri e propri volarono dei cazzotti.

Qui ha termine la nostra vicenda ideale.

A chi voglia sapere come andò a finire, diremo brevemente che gli Austriaci non rimasero moltissimo.

La guerra riprese. Dopo varie alternanze tra i belligeranti, la sorte riportò di nuovo Vicenza nell'orbita francese del Regno Italico napoleonico. Fu questo forse il periodo più tranquillo per noi, perché le istituzioni si assestavano in un delicato equilibrio, anche se in esse il nuovo emergeva solo per la parte che non metteva troppo in discussione il vecchio.

Infatti, proprio allora si doveva affermare la Nobiltà dei nuovi potenti - i Borghesi- e trovando l'avallo ufficiale del Potere - Napoleone stesso s'era fatto Imperatore e creò Duchi Conti e Baroni - fu codificato il definitivo ripudio di parte di quelle idee fondamentali per le quali s'erano agitate tante passioni, s'era sparso tanto sangue in Francia, in Italia, in Europa.

Procedette da allora - a nostro avviso - a grandi passi, nella coscienza storica collettiva la rimozione cui accennammo all'inizio, nella premessa a questo scritto.

Le limitazioni ai diritti dell'uomo divennero da allora, insensibilmente, piano piano, sempre un po' più strette.

Anche là dove i governi divennero costituzionali si servirono sempre più della delega, che divenne sempre più vasta; e la Libertà, l'Uguaglianza, la Fraternità, furono sempre più respinte indietro dall'avanzata prepotente di altri "Valori", monetari, stavolta - ovviamente per pochi - acquistando l'inconsistenza delle forme e la sottile nebulosità del Mito Utopico che ancor oggi, per noi stessi, nonostante tutto, nonostante duecento anni siano passati, esse rappresentano.

Eppure, proprio quegli otto mesi del '97, anche se cancellati già dai contemporanei, anche se relegati dalla Storia nell'oblìo limbico del prerisorgimento, proprio quegli otto mesi, caricarono le molle dei desideri libertari ottocenteschi.

 

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