15.L'epilogo

 

Che fu delle persone?

Un esame del tutto particolare merita ovviamente la condotta di Enrico Bissari. Se infatti, prima della morte di Camillo egli come cadetto aveva preclusa la via del successo in famiglia  e s'era per forza di cose indirizzato appunto verso una delle usuali carriere, quella tragica sopravvenienza lo innalzava repentinamente alla posizione privilegiata dell'erede.Tale posizione non si giovava certamente dei cambiamenti propugnati dal nuovo ordine di cose, tuttavia Enrico, già noto come filofrancese - perfino alla polizia, che per il precipitar degli eventi non fece in tempo a proceder contro i Giacobini - Enrico dunque, persisté tenacemente nel suo atteggiamento fino ad esser universalmente riconosciuto come uno dei più accaniti sostenitori delle novità francesi.

Non abbiamo trovato, tra le numerose carte sicuramente di sua mano, alcun accenno autobiografico che ci spiegasse questa sua linea di condotta, tanto più se lo osserviamo negli accadimenti posteriori.

Infatti, come abbiamo già accennato nella premessa, dopo esser stato uno dei notabili più in vista durante l' epoca napoleonica (basti dire che fu invitato a Parigi e Milano per le incoronazioni), durante l'epoca successiva, dopo che Waterloo pose fine alla supremazia Francese, questo Bissari amoreggia col nuovo dominatore Austriaco fino a chiedergli, quasi strisciando ai suoi piedi la Commenda dei Cavalieri di Malta di S.Medoro in Trento.

In altre parole: come mai nel 1797, proprio lui, futuro modello d'incoerenza, fu accesissimo sostenitore della Democrazia, quando tutto il suo interesse personale di erede unico (già dal 31-7-1796 e quindi prima che arrivassero i Francesi) gli avrebbe richiesto una ritirata strategica su posizioni di comodo?

Non potremo mai sapere le vere ragioni di ciò.Ci piace pensare che nel '97 - a 37 anni - Enrico fosse ancora animato dagli entusiasmi per l'Ideologia propri del neofita; che fosse ancora "giovane" nelle pulsioni e trovasse ancora seducente avere quegl'Ideali.Altro non ci sentiamo di dire.La frustrazione seguita dopo la sconfitta di Russia, al subentro della Dominazione Austriaca ormai definitiva, doveva produrci un Enrico Bissari allo sbando.Vecchio Nobile sopravvissuto alla Vecchia Nobiltà - non quella dei mercanti o dazieri creata da Napoleone -; vecchio Giacobino della prima ora, Enrico Bissari si limitava a lasciarsi vivere nel disimpegno politico totale, stavolta sì, anche lui, come gli altri, interessato.

-Tanto, a cos'è servito credere ?

I suoi fratelli furono più coerenti di lui. Luigi da sempre studiava i modi di migliorare le produzioni agricole: continuò a farlo negli anni seguenti. Scrisse varie note di agricoltura, mineralogia e tecnica di fornace. Una di esse riguardava il modo di liberare il trifoglio dalla malattia. Altre, trattavano delle caratteristiche della lignite e del suo impiego nella cottura dei mattoni o in fonderia.Anche Pietro - Consigliere di Prefettura per le strade, le acque e le miniere - aveva studiato un piano di rotazione agraria settennale che fu lodato da varie accademie di Agricoltura del tempo: continuò le sue attività.

Amareggiato dalla visione delle spaventose carestie ricorrenti in una provincia esausta da anni di requisizioni militari e di raccolti rovinati, di fronte agli uomini che a decine e decine morivano di fame soprattutto nei Sette Comuni. studiava sperimentalmente le possibilità commestibili del lichene islandico, nel tentativo di offrire una chance di sopravvivenza in più ai disgraziati abitanti dei Sette Comuni che letteralmente morivano di fame. Mentre citiamo questa sua esperienza che appare a noi curiosa, sentiamo di doverci inchinare di fronte al suo tentativo di concreta solidarietà nei confronti degl'indigenti. Nell'esperienza sul lichene, si trattava di essiccare lo stesso che cresce spontaneo in montagna, e mescolarlo alla farina di mais - disponendone - per farne una specie di polenta, che tuttavia riusciva disgustosa, ed era il meno: soprattutto causava disturbi intestinali.

Entrambi i fratelli s'interessarono allo sfruttamento ed all'utilizzo in metallurgia e nelle fornaci della lignite ritrovata nei dintorni di Arzignano ed altrove. Erano stati Giacobini sinceri: e nulla ci dice ch'essi abbiano poi cambiato idea come il fratello Enrico.

Mario sembra che non abbia atteso gli Austriaci nel gennaio '98, ma abbia preferito seguire in Lombardia le sorti del Battaglione Cisalpino in cui militava. Sappiamo che subito fu destinato a Milano, da dove ritornò dopo qualche tempo.

Nel 1805, quando ritornarono i Francesi, ancora un Bissari è protagonista di primo piano per la sorte della Città. Vicenza era presidiata dall'Arciduca Carlo in persona, in ritirata con moltissimi soldati, ma senza artiglieria.Massena, a Tavernelle, attendeva il momento d'iniziare l'attacco. Le porte erano bloccate dalle pattuglie austriache, ma Andrea Tornieri e Luigi Bissari, che indossava l'uniforme di Malta, uscirono clandestinamente per un tentativo di mediazione coi Francesi. I Bissari conoscevano Massena fin dal 1797, e ciò avrebbe certamente favorito l'impresa.Dopo il colloquio con Massena, si trattava di ritornare a Vicenza e riferire l'ultimatum all'Arciduca Carlo: sgombrare la città entro 24 ore pena un poderoso cannoneggiamento. Era ormai buio. Tornieri non se la sentì di avvicinarsi di notte alle mura rischiando le fucilate austriache e Luigi tentò invece da solo.Di notte, e in quella circostanza, la sua scura uniforme di Malta serviva a poco, ma egli doveva farcela.

Scelse una via poco pulita: scese nel letto della Seriola - fiumiciattolo che costeggiava le mura e raccoglieva le fogne -, e alla confluenza col fiume, presso il ponte Furo, entrò in città, eludendo per quella via le guardie austriache.

Comunicò l'ultimatum di Massena all'Arciduca, purtroppo inutilmente, e Vicenza n'ebbe quel bombardamento di cui la palla da cannone piantata nel muro di Palazzo Zileri-Dal Verme, in Corso, rende tuttora testimonianza.

Negli anni seguenti, Luigi s'occupò anche di balistica progettando un bomba da cannone, che sappiamo fu provata all'Arsenale di Venezia, ma non abbiamo trovato ulteriori documenti.

Francesco - ironia della sorte, proprio il figlio chiacchierato - che, tra l'altro, non sembra essersi direttamente occupato di politica, era destinato - unico a tramandare il nome dei Bissari.

Dopo alcune figlie, sua moglie ebbe il sospirato unico maschio nel 1823: Girolamo Sforza.Questi, manco a dirlo, emulando gli zii, rivisse le loro angosce nel 1848, combattendo gli Austriaci, aiutante di campo del Gen. Durando. Dopo la sconfitta, dovette lasciare Vicenza, ma vi ritornò qualche tempo dopo. Visse inquieto fino al '59, quando si recò a Torino tentando di riavere il grado e rientrare in Patria coi Piemontesi liberatori.

Ci informa il da Schio :.....Non l'ebbe, e morì cadendo da una finestra, a Torino, forse aiutato da persona ch'era con lui ...

Suicidio, omicidio o che altro? E chi era poi questa persona che si trovava con lui?  Sfortunato epigone di una Famiglia antichissima, Girolamo Sforza Bissari quarantenne, celibe, senza figli, era destinato ad estinguerla.

Tre generazioni di Bissari: tre morti violente, tre fatti atroci in circostanze mai del tutto chiarite, dai moventi ignoti.

Il resto è la STORIA.

La STORIA nella quale le Utopie Giacobine si ammantarono del tricolore nel comune, grande, equivoco risorgimentale: infatti per le masse del '48, del '59, del '66 ecc., unità d'Italia voleva dire: libertà, giustizia, eguaglianza: concetti sì, ancor vaghi e nebulosi, ma che certamente implicavano un po' di quel progresso sociale che il 1797 aveva fatto sperare ai loro padri e nonni.

Per il Potere Sabaudo subentrante significava invece qualcosa di molto diverso, e cioè : libertà delle terre italiane dall'Austria, ma unità sotto la Monarchia Piemontese - pardon Italiana - e... .. che tutto resti come prima.

I risvolti sociali degli aneliti libertari dovevano camuffarsi con l'indipendenza dall'Austria.

Il fallimento politico-sociale degli Uomini del '97 - a parte le circostanze, e col senno di poi - è forse da ricercarsi nell'impossibilità, di capire che la Repubblica Ideale non esiste, e che comunque, Democrazia, Libertà, non possono essere imposte a chi per qualsiasi motivo non le voglia o non le conosca: hanno bisogno di consenso e coscienza civile.

Per contro, la rivalutazione della loro memoria è da parte nostra un atto di doveroso omaggio, poiché, se non altro, essi non si nascosero dietro gl'ideali per averne profitto, ma ad altri, ai posteri, quelli sì troppo sovente interessati, (anche e soprattutto ai nostri giorni), proprio essi mostrarono la strada - e quindi gli alibi - per tendere ad una società migliore.

E purtroppo nello stesso concetto di tendere è implicita l'impossibilità di arrivare, tanto che spesso proprio questo è l'Alibi di chi non vuole arrivare. Il dilungarci su questi argomenti potrebbe essere infinito ed invece non è opportuno fare ulteriori commenti.

Il commento è infatti un modo per far tacere il testo.

La lingua francese rende assai meglio dell'italiana il concetto di Edmond Jabès:

Commentaire = Comment taire

Per questo il lettore che voglia maggiormente appagare la sua curiosità, dovrà passare al testo per eccellenza ossia al Giornale o "Cronaca Vicentina" di Ottavia Negri Velo, che nonostante la sua mole, (580 pagine) è stato immesso in rete al link di questo sito:

www/bonaparteavicenza.com

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