segue il  Giornale di Ottavia Negri Velo

 

Trascrizione di Mirto Sardo  

[con aggiunta delle date esatte tra parentesi quadre]

 

 

[segue 1801]

 

 

 

1° [aprile 1801]

Niente si sà dei Tedeschi, e il corrier spedito non arriva, i Francesi partono di certo ai 4 e noi restiamo qui nelle mani di Dio. A quali scene questi innocenti paesi usurpati, predati, mal diretti, abbandonati, devastati devono soggiacere?

Persino a qualche infingardagine di nuovo conio.

Il blocco di Venezia dovrebbe esser terminato, ma il monopolio tedesco e francese sussiste nel fermare, daziare, incarire tutti i generi. Gran gastigo è il giogo dei stranieri!

Dal Bon, Regnier, le Combe commissari, si allestiscono con dispiacere a partire. Tutti partono pieni di tutto, e l’oro vien ricercato a prezzo d’affetto. Questa sera si fece il saldo coi Francesi, l’uscita fin’ora, detratti i debiti è di 5 millioni e 400 mille lire, oltre il sacco, la devastazione, e i pesi dei privati.

Questi floridi paesi han supplito a quel che pareva incredibile ma l’avvenire si presenta in un tetro aspetto: l’incertezza delle cose, l’amministrazione mal diretta, gli esborsi per l’estero, levano all’industria le sue maggiori suste, e non vorrei che succedesse di noi, quel che è succeduto a tante floride contrade ora miserabili.

I Francesi dicono di ritornare, saziano in Turchia i Sovrani, e tutta l’Italia sarà Republica, ecco il solito addio di partenza pur troppo fin ora verificato.

 

2 [aprile 1801]

La pulizia ordina una severa Guardia Civica per servire al caso che restiamo senza truppe. I Tedeschi non si muovono, e il nostro corriere sembra morto. I Francesi sono in gran movimento domani si attende 5 milla uomini; s’affretta ad ordinar la partenza. Michaud e Mainoni promettono truppe sino all’ingresso Tedesco, ma si teme che il loro ordine sia d’una totale evacuazione per i 4 del corrente. I commissari fanno gli ultimi sforzi per derubarci, e vogliono far sentire sino all’estremo l’odierna nequizia.

Vi saranno da 17. mille Tedeschi a Venezia, ma la comedia vuole che il male venga a carri, e il bene a oncie. Quantunque i beni d’un tal secolo sieno ridotti a desiderare unicamente del pane, oggetto pure di cupidigia di tanti stranieri, che o per le brevi o per le lunghe ce ne strappano fin l’ultimo tozzo.

 

3 [aprile 1801]

Oggi finalmente Dubar fece il saldo della contribuzione con molte tergiversazioni e nequizie per non farlo.

Arriva 7 mille uomini della vanguardia che fu sì funesta per i saccheggi sul principio. L’inquietudine fu estrema, girarono tutta la notte, alloggiarono nelle case. Ma Missaud, e Majnoni si portarono bene. Questa truppa attesa la lettera di Moncey non dovea più passar per qui, ma i ragiri sono inarivabili, e i generali pagano in buone parole, e mai in buoni effetti.

V’era un altro ragiro di Gazan per rimandar Majnoni e restar degli ultimi a partire. Ma fu sventato ancor questo. Dio sà cosa s’inventano di nuovo.

Il corriere nostro presso i Tedeschi non giugne. Ma sembra che dipenda una tale indolenza da Delmas che non sa risolversi di partire da Treviso, e fin che i Francesi non evacuano i Tedeschi non possono discendere. Vedremo come và la cosa, mentre l’imbroglio è all’ordine del giorno. Si vede in fatto che domani i Francesi più non partono, si fa mostra di farlo ad ogni istante, intanto il modo di mantenerli manca, e si vive in pena.

 

4 [aprile 1801]

Oggi è partita molta Truppa, e Cavalleria bellissima, se ne attende ancora o piuttosto si teme che ne giunga dell’altra: arriva un espresso che alle 7. di questa mattina i Tedeschi sono entrati a Treviso, e domani entreranno in Padova. Si crede che saranno qui ai 6. Il nostro corriere non è più ritornato. Sembra che qui resterà 2000 uomini e che Mainoni consegnerà la piazza.

I Francesi ch’erano venuti alla fuoruscita partono pieni di bagagli, di oro, e di una immensità di cose. I Tedeschi verranno e quanto saranno capaci di dimorarvi?

 

5 [aprile 1801]

I Tedeschi arrivano domani. Giugne 500. soldati di cavalleria sempre scellerati. Mainoni fa quel che può ed è l’eroe dell’armata. Ricusò e carrozzino e porcellane, accettò una carta geografica del nostro territorio, e desiderò una lettera che comprovi la di lui condotta presso il Quartier generale.

Michaud partì un’ora dopo Gazan per salvarci dalle di lui bricconate. Questi due generali formarono la nostra fortuna risparmiandoci l’ultimo eccidio. Michaud e Mainoni dicono che non possono vivere in mezzo alla scelleragine dell’armata francese. Infatto tale dev’essere il sentimento dei galantuomini.

 

6 [aprile 1801]

I Tedeschi alle 9 erano alle porte: il general Mainoni in gran gala e formalità andò loro incontro. Il regimento Navendorf con un Colonello accettò la consegna della piazza con scapellate dei Francesi, ed egli con grandi inchini. Losco e Monza lo complimentarono a casa Scroffa e il Tedesco in tre lingue loro corrispose. Niun evviva si sentì fra un immenso popolo; tanto la prudenza e il disinganno ci ha adottrinati. Il colonnello s’avviò al suo alloggio Pojana non seguito da altri che da tre Francesi. Il degno Mainoni fece partenza. Ma resterà una memoria indelebile del di lui carattere e della nostra più viva riconoscenza per averci decisamente protetti da ulteriori eccidi. Egli è la Fenice dei Francesi, e il modello dei galantuomini.

Senza entusiasmi si gode di un po’ di quiete. Abbiamo 200 soldati, ed è arrivato il generale Brentani che attende la sua truppa da Venezia per gli 8 del corrente. Egli ricerca 4 palazzi da scegliersi. Quali comedie! I Tedeschi però sono avviliti, e le nostre piaghe profonde ci rendono ormai insensibili a tutto, non però alle solite lusinghe di quiete.

 

7 [aprile 1801]

Oggi siamo restati con appena venti Tedeschi, e la bontà del nostro paese non si smentisce mai; alcuni dicono che non abbiamo fiato di esser cattivi. Qual sia la scena che soli 200 uomini invadano questi miseri paesi non si sa, se per malintesi, tardanze, certo è che noi facciamo molto bene senza di essi, ma si teme ch’essi si moltiplicheranno anche troppo a nostro danno. Il generale Brentani fu a pranzo alla Casanza ciò non piacque né per il suo decoro, né per quello della casa in cui alloggia.

La quiete è somma si vedono case e botteghe aperte, ma le nostre disgrazie, e un avvenir incerto son ben lontani dal farci godere la menoma gioja.

 

8 [aprile 1801]

Siamo in aspettazione di Truppa tirolese: ma fa spezie questa indolenza di arrivo, questa continuazzione di provvisorietà, e pare che siamo destinati a cangiare ancora. Certo il contegno austriaco non ci assicura di nulla.

Brilla la quiete in tutti i volti, e la lusinga germoglia non si sa come: siamo circondati da precipizi, vediamo il tenore d’un secolo proclive alle vicende, contuttociò chi vuol vivere spera.

Si vede ad arrivar cavalli e spoglie preservate dagli eccidi; giungono altresì dei prigionieri Francesi dal Banato molto in cattivo arnese in ogni senso.

Il capo de’ birri fece il suo ingresso con applauso. Dacieri e birri sono nel loro vero lustro.

 

9 [aprile 1801]

Quest’oggi il generale Brentani che si disponeva a una bellisima residenza ebbe l’ordine di portarsi a Zara, ne fu quasi disperato a un tal cambio.

Il regimento Navendorf che prese possesso di questi paesi ha la marcia in Polonia.

Pare che la pace debb’esser solida e questo richiamo di truppe è per noi felicissimo. Si dice però che le sole poche truppe d’Italia avranno la paga sul piede di guerra, stante la differenza della spesa per vivervi.

Giungono alcuni laceri prigionieri Francesi a cui il nostro popolo fa loro questo discorso: perché siete stati tanto tempo ad arrivare, se foste arrivati prima vi avressimo vestiti, satollati, e avreste potuto fare mille bricconate, a cui essi non rispondono che ridendo.

Verona è invasa una porzione, e dall’altra parte s’è piantato l’albero della libertà, gran delirio!

 

10 [aprile 1801]

È arrivato il Vescovo, la polizia, i birri, e gli paurosi; si gode il passaggio che si ha fatto dall’inquietudine alla quiete.

I Tedeschi dicono che da Vienna non fu mai a loro annunziata la pace; ma frattanto questa si pone in una esatta esecuzione. Pare che la guerra più non si farà in questi contorni, ma qual giro debba prender le cose non è dato a nessuno di scorgerlo. Se vive Bonaparte ed ha per massima di rovesciare il mondo questa tal pace è atta a tutto, se Bonaparte vuol regnare sarà atta ancora a saziar l’ingordigia degli opponenti. Se Bonaparte termina di esser fortunato Dio sa qual caos s’aprirebbe. Infine tutto è smosso, la fortuna e la grandezza della Francia è somma, si stà attenti sull’opposizione dell’Inghilterra, ma già sembra che gli uomini, le cose, e persino gli elementi collimino a una vera distruzione. Se il limite che pone la natura a molte cose non si stabilisce in questa; poveri popoli, e misera società!

Il nostro governo cammina al solito. I partiti interni paiono assopiti, i democratici conservano una memoria troppo fresca del saccheggio e della nequizia repubblicana; gli aristocratici sono compresi da un giusto timore, e per quanto ingrandiscano l’imperatore colla loro fantasia, e sperino il trionfo dei loro sentimenti, devono però limitare i loro slanci sulle sponde dell’Adige. Li pochi non partitanti vedono tutto possibile e tremano e sperano in conseguenza.

 

11 [aprile 1801]

È arrivato il regimento Kray.

Passano infiniti carriaggi di farine, avena, ed altro.

Verona è divisa in tre parti Cisalpina Francese e Austriaca.

Chi fissa che sarà venduta, chi spera nei soliti articoli segretti, e chi teme una sentina di nuovi imbrogli.

 

12 [aprile 1801]

Losco e Monza sono andati a Padova a complimentare il generale in capo Hoenzollern.

Pare che si stabilisca una pace formale assai di più che al tempo di quella di Campo-Formio. I Tedeschi però non sanno ancora la pace, ma la eseguiscono: sperano l’Adda; se ciò succede per articolo segreto va bene, ma se si prende di nuovo le armi in mano, l’affare è spedito per noi; e forse il Lisonzo non basterà a saziare una nuova invasione.

 

13 [aprile 1801]

Oggi l’imperatore manda un decreto assai provvido, di spedir biade secondo l’intero bisogno delle provincie ex Venete a un minor prezzo e a respiro per il pagamento. Sua Maestà sente spontaneamente questo movimento, e ciò si deve crederlo dopo il crudele abbandono di questi paesi ai Republicani per procurarsi la pace. Contuttociò il bisogno, e la lusinga d’una permanente tranquillità lusinga ognuno in questo primo tratto di paterna cura.

 

14 [aprile 1801]

Oggi vendendosi da un farinajolo della farina a 24 soldi con arbitrio, e minacciando farla salire a 30. la povertà si sollevò e 200 donne andarono dai deputati. Brentani credette meglio senza usar la forza di andar alla deputazione e di fare ai poveri una paterna rimostranza e tutto si acquietò; ma la miseria è grande, le voci, e alcuni fatti disperati ancora. I decreti son sempre stati belli ai nostri tempi, ma la loro esecuzione nel bene è sempre chimerica o tarda.

Si sostiene che da Verona sloggino i Francesi ch’essa sarà o imperiale o toscana, e che passeranno per qui alcune migliaia di Francesi per imbarcarsi a Venezia. Io temo che le sponde dell’Adige saranno il confine, almeno fin che le cose non prendono un altro aspetto, e che per i passaggi credo che converrà sottostare a quel che vogliono i Francesi. Fin ora l’avvilimento nei Tedeschi è sommo e assai ragionevole che che ne dica il fanatismo.

 

15 [aprile 1801]

Domani parte con dispiacere il generale Brentani e a noi pure per essere italiano. Complimentò la deputazione dicendo; avevo avuto da Sua Maestà le mie istruzioni per radolcire almeno in parte alle disgrazie sofferte da questi paesi, avrei cercato di farlo, ma l’ordine di partire mi lascia il conforto che il generale che mi rimpiazzerà avrà maggior potere stante il suo grado di eseguirlo più di me. Si crede che verrà Somariva o Laudon o Latterman.

Si grida per le biade, e si attende il soccorso di Pisa.

Siamo in tutta quella oscurità che seco porta il caos delle cose, e vi si aggiunge il mistero e l’indolenza del genio che ci circonda. Siamo ridotti in un tempo che non v’è più cibo né per l’anima né per il corpo.

 

16 [aprile 1801]

Giunge un Uffizial francese agli alloggi con dispacci per Bellegarde a Venezia, egli assicura, che Verona sarà d’un solo frappoco. Vedremo.

È arrivato il generale Somariva, ma si dice che avrà altra destinazione. Noi siamo tranquilli in mezzo a tutto il mistero possibile, ci manca il pane, e non sappiamo a chi pagheremo l’affitto di casa. Si vive però alla giornata e si gusta una calma che sembra di avere più durata dell’altra volta.

 

17 [aprile 1801]

Si sà che a Verona si son fatti dei nuovi Proveditori, per lasciar in libertà quelli che appartengono alla porzione dell’Imperatore.

Regge però nel dipartimento francese il Governo provvisorio che v’era per l’avanti. Gran enigmi! non vorrei al solito lusinghieri e fatali.

 

18 [aprile 1801]

Sempreppiù cresce le biade e la miseria. La Commissione và lentamente e il decreto imperiale promette, ma Dio sa quando provederà.

 

19 [aprile 1801]

A Verona si vive in angustie i Cisalpini la chiamano la Verona e la Veronetta. Pare ogni giorno che deva arrivarvi un Organizator republicano nella più grande.

Qui siamo tranquilli, e se vi fosse del pane saressimo felici. Bisogna che tutto sia alla malora quando non si sollecita a provedere alla vita degli uomini. Ciò doppiamente fa disperare.

 

20 [aprile 1801]

Passano di continuo dei prigionieri francesi che vanno al cambio.

Abbiamo il Regimento Kray composto d’una nuova razza di Tedeschi assai goffa. La banda è buona, e il bel mondo che soffriva di non divertirsi ora comincia a brillare, ma la miseria della carestia, e l’incertezza delle cose fa che i più ci pensano con del riflesso. Sono degli anni in cui non v’è che la leggerezza che fa viver bene.

 

21 [aprile 1801]

Si dice che vedendo il governo francese la lealtà della Casa d’Austria essa merita che gli venghi esteso i confini. La Cisalpina dice di rimaner sospesa la sua organizzazione per la incertezza del suo territorio dal canto ex-Veneto. Vedremo, tutto è certo possibile.

L’Imperatore manda dei sublimi decreti, ma si si riserva a esserne grati alla tarda sennon chimerica esecuzione. Egli manderà biade e pagherà i danni, non vorrei che fosse troppo.

 

22 [aprile 1801]

Si fa un gettito per proveder di biade, ma intanto la fame cresce e non ragiona sulle necessitate tardanze, che a me sembrano un nuovo argomento di stupore in simile emergente. Convien aiutarsi, e non attender aiuti.

È venuto l’ungaro Mailat ad organizzar Venezia, ma i disorganizzamenti universali non ammettono sistemi plausibili, particolarmente quando si è giunti colla generosità francese, e colla lealtà austriaca al non aver più pane.

 

23 [aprile 1801]

Il ragirato amico e nemico del multiforme odierno sistema politico Paolo I si dice morto improvisamente; quali ne sieno state le suste lo vedremo; se naturali mi fa spezie il tenor del fatto, se figlie d’una straordinaria direzione conosceremo per chi ciò riuscirà vantaggioso.

 

24 [aprile 1801]

Siamo nel mondo della luna per rapporto alle nuove. Qualche gazzetta ci fa vedere che il mondo non finisce all’Adige. Felice ignoranza che ci debba una volta felicitare! Convien prenderla così.

 

25 [aprile 1801]

Abbiamo il serio Somariva, la truppa non può esser meglio disciplinata né goder maggior quiete. Ma ci vorrebbe del pane, e duole il vedere la miseria universale.

 

26 [aprile 1801]

Si dice che le ghinee inglesi abbiano strangolato Paolo I. L’imperator manda biade per tutti, ai poveri a gratis, e dice di voler sodisfare ai danni dei più bisognosi, vedremo come anderà l’affare per poter benedirlo.

 

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2 [maggio 1801]

I sorrisi di Bellegarde e l’urbanità del ministro Lovace, promettono molto in proposito di biade, ma la fame cresce e più quasi non ragiona, ma in mezzo ai più dolci decreti convien scrivere ancora a Vienna per fissare i prezzi. Dio faccia che tutte le fatali tardanze, ritondino una volta in bene.

Deve arrivare il regimento Karaviai, e subito si dice avanzamenti. Non credo che vi sia da sperare se non nella pace generale. Della morte di Paolo I, ognuno si forma il suo castello in aria. Pare che a Bonaparte in tale evvento si sieno sciolti dei gran fili: ma questo è il secolo che nulla si sà in alcun proposito. A Venezia giungerà l’organizzatore, tutto è ripposto in un tardo avvenire. Intanto qui converrà chiudere i tribunali mentre i ministri non vengono mai pagati. Il mondo va da sé, tutti ragionano. I piani sono superbi, ma l’esecuzione non si verifica mai, e quando si è per approssimarsi, arriva dei colpi inauditi che ingolfano le cose in un nuovo caos.

Si balbotta che in Cisalpina non v’è soldati, le biade abbondano a minor prezzo. Ma già è destinato che non si vive bene che dove non si si trova. In Cisalpina si dirà lo stesso di noi. Chi governa profonde di promesse, e chi è governato manca di tutto.

Si parla d’insurezioni per carestia, si fermano i grani che arrivano, la città è piena di miserabili. Contuttociò in mezzo agli spogli passati, ai disastri presenti, e a un avvenire che non si pur calcolare, il lusso si fa vedere ogni giorno più. Ciò prova o una ricchezza inesausta, o un aberramento deplorabile.

 

3 [maggio 1801]

Si dice strangolato il gran signore, è il successore di Paolo I. Questi avvenimenti fanno stordire, e tremare, e pare che tutto collimi al precipizio dell’attual ordine sociale. Ora è in movimento l’esterno, ora l’interno. Si sente scioglimenti ed alleanze sorprendenti. Tutte le passioni sono in moto: il tempo non avvalora che disgrazie e ne fa sorgere di nuove. Infine noi siamo il bersaglio d’un certo giro di cose a noi inconcepibili. Ed ecco il mio assunto che sempre si verifica, che tutto è possibile. Ma la Provvidenza ci assisterà.

 

4 [maggio 1801]

Il governo centrale fa disperare; ordini contrordini, incertezze, tardanze, infine così un governo non può correre. Il soccorso di Pisa in proposito di Biave è all’ordine del giorno. Quando il Cielo non provvede, par che si faccia espressamente per farsi odiare, screditare, ec. ec.

Sono arrivati i Karaziai, ma i soldati non vengono più festeggiati d’alcuno. Il mondo è sazio d’una circolazione tanto pesante.

Frattanto si strangolano i principi, si maneggiano le cose, ma noi non sappiamo altro che gridar pane.

 

28 [maggio 1801]

Ritornata da Parma dove nel mio giro ho veduto somma miseria, ansietà, e fermento d’opinioni, posso sempreppiù dire che il caos delle cose è incomprensibile. Tutto si può vedere. Tutta la Cisalpina è comandata dal militar francese, i patriotti fremono; la milizia Cisalpina è la più trista, e la più ridicola cosa del mondo. I possidenti gemono, e il popolo è misero. L’esterno però ad un Forestiere è molto brillante, mentre non essendovi più cavalli, tutto formicola sulle strade e come la gioventù non calcola il peso delle cose, si mostra dapertutto briosa e gaja.

Trovo qui in Vicenza gran speranze per la pace generale, molta lusinga che i Tedeschi s’innalzino all’Adda, mancanza di pane, sollevazioni dove passa il grano che dovrebbe giugner qui. Provedimenti però sommi per l’armata tedesca, anche se dovesse succedere la guerra; mistero ancor questo di magazzinare fin che la fame passeggia dappertutto.

Arriva un corriere che partecipa l’arrivo in Venezia di Mailath organizzatore.

 

29 [maggio 1801]

Niun impiegato dell’imperatore potrà servire se prima non giura di non appartenere a qualsisia setta segreta. Ciò sembra nullo per chi vi appartiene, troppo tardi se la macchina è composta.

Noi siam qui con una popolazione affamata, sperando mille belle direzioni, ma incerti di tutto il giro delle cose, e totalmente all’oscuro. Chi crede Bonaparte inquietato nel suo immenso potere, chi lo crede trionfar con fortuna di tutti gli ostacoli, chi lo calcola un Cromwel, chi lo crede un futuro monarca secondo le norme solite, chi non sa calcolarne il piano, in fondo però vien ammirato il suo lustro, i suoi molteplici e romanzeschi talenti, e spera in lui un qualche ordine sociale. Il diffenire [=definire] un tal fenomeno di potenza in una nazione come la Francia rivoluzionaria non è certamente a portata di molta gente.

La Pace di Luneville si mostra stabile in tutte le sue viste, si può bensì nella pace generale cangiarne qualche circostanza. La pace come venne stabilita non può venirne consolidata, che colla esistenza di Bonaparte, s’esso muore Dio sa qual nuovo caos succede.

Pare che la morte di Paolo I abbia rivolto il genio di Bonaparte all’unica solecitudine di rappacificar le cose coll’Inghilterra. Se ciò succede la pace generale consolerà l’Europa, e farà giustamente stimare chi l’avrà procurata.

 

31 [maggio 1801]

Abbiamo 1500 soldati tra Kray e Karaziai. Somariva per Generale.

Molta tranquillità e poco grano. Mailath riceve i complimenti e promette una solida organizzazione. Siamo all’oscuro di tutto, ma si vede a sciogliersi interamente l’armata tedesca attesa la pace. Tutti vogliono avanzamenti o neutralità, o guerra, le apparenze sono di una piena pace che per ora non si altererà.

 

 

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