segue il  Giornale di Ottavia Negri Velo

 

Trascrizione di Mirto Sardo  

[con aggiunta delle date esatte tra parentesi quadre]

 

 

1804

 

11 [gennaio 1804]

In mancanza di buone sistemazioni, e anche di lusinghe di future prosperità abbiamo l’Avogaro che colla moglie sussurra alle Accademie di ballo per escluder chi per legge può intervenirvi. Questa gente delicata sostiene poi i suoi cursori, li manda al Caffè dove in ciò l’Uffizialità ha preso le parti proprie, e quelle del paese in facendo vedere il loro risentimento. Alla prima recita poi comparvero in platea li predetti cursori, e l’Uffizialità assediò questa bella piazza, ne fece uscire il più renitente e a pugni, e a calci lo maltrattò: ritornata la vittoriosa Uffizialità si pose a batter le mani sotto il palchetto dell’Avogaro. Lascio al benigno lettore a decifrare l’interno sentimento che provò una popolazione la quale era avvezza a delle leggi formali, e in cui tutti i magistrati conoscevano il loro respettivo potere, e non era in ballia d’un corpo il dover prendersi sodisfazione da se medesimi. La sciocchezza dell’Avogaro è imperdonabile: esso compromise la propria autorità senza bisogno per della gente infame, insultando un paese, e una guarnigione imponente, e ormai dalla necessità ridotta quasi dispotica di tutto.

 

25 [gennaio 1804]

Le risposte per i cursori non sono ancora giunte, lo stile attuale è di protrar tutto, e ci vogliono mesi, e anni per rissolvere gli affari.

Tutto è tranquillo presentemente.

Le nuove del mondo sono d’un genere affatto nuovo. Il più alto mistero copre i più grandiosi sforzi. Pareva che l’Inghilterra avesse fatto dei colpi decisivi, ma ciò non si è verificato. Bonaparte è partito di nuovo per le coste, colla diceria del sbarco, a me sembra ch’esso non faccia che stancheggiar l’Inghilterra. Questi due potenti colossi colla durata d’una guerra di tal natura s’indeboliranno in qualche guisa, e l’atteggiamento delle altre potenze parte per debolezza, parte per necessità e per politica par che lo sperino.

Luciano Bonaparte si dice che abbia accompagnato sua sorella vedova Lacrec sposata al principe Borghesi a Roma, ch’esso viaggi in perfetto incognito sotto il nome d’un General francese, e che la sua gita non sia fatta solo per divertimento.

A Milano c’è un cattivo carnovale, l’umore e l’affluenza sono cangiate. Pare che li sommi esborsi, e l’inquietudine vi comincino ad amareggiare.

Venezia è grandiosa in teatro, in balli, ed in una metamorfosi di nuovo conio. Gli animi ulcerati non sperano che un rifiorimento di commercio

 

14 [marzo 1804]

Ritornata da Venezia io non saprei descrivere il mosaico di quel paese. Tutto denota distruzione avvilimento L’averla conosciuta prima essa è ridotta irreconoscibile. Il forestiere vede un materiale imponente, dei gran signori, un mercantile rispettabile, un paese che per la sua località è sempre l’asilo della tranquillità, un militare che non si vede, ciò tutto unito lo rende ancora uno dei paesi più interessanti, e gustosi dell’Europa. Ma cosa è esso mai per degli occhi che lo fissava fuori della superficie? La perdita d’un governo unico per la sua sapienza, tante famiglie per così dir sovrane ridotte alla nullità e miseria; un ministero dotto ricco, e abile senza speranza, un faro il più illuminato del mondo ridotto alla tabella dell’A B C. Tanti luoghi di pubblica e privata beneficenza senza rissorse tanti mendici che non vivono che sui resti dell’ottimo cuore dei Veneti. Cosa è succeduto a tutto questo, un barbarismo di nuovo conio, dove la torre di Babelle è all’ordine del giorno, e non v’è che le ottime intenzioni di Francesco II che ci assicurino che vi è ancora nel mondo dei cuori sensibili, e no delle bestie.

 

20 [marzo 1804]

Le nuove del mondo sono così tenebrose che mi eccitano un gran spavento. La Francia è per tentare la sua discesa in Inghilterra. Ma si vede una cospirazione contro Bonaparte che viene attribuita al celebre generale e a Pichegru. Pare ch’essa sia sventata; ma non se ne conosce s’essa sia stata reale o inventata. S’essa è stata reale vien attribuita all’Inghilterra, e per conseguenza non ignota alle potenze continentali dove si vuol scorgere che venisse fatto dei preparativi al caso dell’esito. S’essa è stata inventata viene attribuita alla gelosia di Bonaparte contro Moreau. Qualunque ne sia si vede delle cose che non tranquillizzano. Jourdan è andato a Napoli con 30 mille uomini. I Russi han passato il mar nero, e sono nelle isole dell’Adriatico. Si pretende che la Prussia, col pretesto dell’ordine equestre, comunichi con chi non si credeva. Chi vuol la distruzione del Turco; chi una Babilonia di nuovo genere. Tra tanti ragiri e falsistà si si aggira a riflettere quai ladri ruberanno il poco resto di calma e di sostanze che rimangono all’infelice Europa, vittima di due o tre teste calcolatrici, ambiziose, inumane, e quasi romanzesche.

 

21 [marzo 1804]

Questa mattina capitò improvvisamente un picchetto di Liguri con due uffiziali francesi per andar a Trieste a prender l’arrestato famoso assassino detto il gran diavolo, non si comprende come non potesse venire scortato dai Tedeschi sino alle frontiere; ma questo è il secolo della prepotenza e dell’umiliazione.

Si dice che il re di Napoli sia fugito in Sicilia; che all’arrivo della truppa francese in Roma comandata da St. Cyr sia partito l’ambasciatore imperiale.

Lettere mercantili dicono che l’ambasciatore francese Champigny sia partito da Vienna.

Si dice ancora che un’armata contorni Parigi, e che vi sieno gran rigori per i passaporti.

Il celebre Jourdan comanda a Milano in luogo di Murat. Questo generale si è sempre mantenuto in posto in qualunque cambiamento.

Qui abbiamo dei cani rabbiosi protetti dai Tedeschi, e stiamo osservando le tenebrose cose che succedono.

 

8 [aprile 1804]

Si parla molto delle controrivoluzioni che dovea succedere a Parigi: tutto è scoperto, ma il vero delle cose in questi tempi rimane nel pozzo.

Quì si vede ad anticipar gli esercizi militari, ma è come se noi fossimo nel mondo della luna.

 

18 [aprile 1804]

È passato l’assassino detto il gran diavolo che una partita di Liguri andò a levare a Trieste.

La congiura è scoperta a Parigi, e si è di già giustiziato il Duca d’Enghien. Non si sa l’esito per Moreau

I B issari partono da Parigi motivando che colà non è piacevole a un forestiere di vivervi.

Madama Letizia madre di Bonaparte è a Roma ed ha regalato al Papa un superbo rocchetto di merlo di Fiandra.

Deve qui arrivare il principe Giovanni a rivedere le truppe. L’aiutante Grenville fa somme conferenze con l’Epine comandante all’Arsenale, e con Bisinghen: si vuol credere che verrà armato il litorale, e che vi sia guerra.

 

28 [aprile 1804]

È arrivato il Principe Giovanni a Venezia ed accetta cento spassetti. Viva l’allegria e l’abbondanza. Questo è un secolo che con fatti smentisce le parole.

 

5 [maggio 1804]

Non si parla che dell’Arciduca Giovanni: esso incanta Venezia, e riceve mille esuberanze. Gl’impiegati fremono, perché posposti ai Veneziani. La generalissima Bellegarde rassicurata. Ma il principe passa, le parole vanno in preda dei venti, e noi restiamo colla nostra rogna.

V’è 2000 uomini accampati al salizà del Trento. Tutta Vicenza amorbata vi concorre e il suo spirito si forma un divertimento delle proprie disgrazie.

L’Arciduca Giovanni, e l’accampamento soffocano le notizie del mondo. Frattanto la Francia e l’Inghilterra non urla, e preghiamo il Cielo di non framischiarvici ancor noi. L’apparenza ci assicura, e il comandante militare nella persona dell’Arciduca, si è convertito in un buon giovinotto che si diverte e fa buone graziosità per cattivare questi nuovi paesi. Ma noi da molto tempo passiamo dal comico al tragico, però si teme.

 

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Primo [giugno 1804]

In mezzo alla gran congiura di Francia che faceva gelar le parole in bocca. In mezzo alle barche piatte che minacciano l’Inghilterra cosa succede in Francia. succede una cosa che fa sbalordir l’universo e ch’è più fatta per le una e mille notti che per il secolo decimonono.

Niente significarebbe se ciò fosse un Imperatore di più. Ma una Francia dopo di aver insanito in mille sistemi totalmente opposti nel breve giro di 15 anni, riduca tutte le sue opinioni, tutte le sue laboriose gesta a crearsi un straniero per imperatore, ciò sarà sempre incomprensibile. Ma il carattere francese non aveva bisogno che di questo per più evidentemente palesarsi. Come la Francia è già dipinta in questa circostanza, non si avrà mai colori bastanti per dipingere il genio versatile, e la fortuna costante di Napoleone. Egli gioca coi Francesi, ci resta solo a sapere quel che l’Europa dovrà aspettarsi da lui.

Ai 31 camminò la Rua rinnovando gli antichi evviva a casa Bissaro.

Si attende l’arciduca Giovanni ai 7.

 

15 [giugno 1804]

Ai 9 discese dal monte San Gotardo dai Portici della Madonna il buon arciduca Giovanni. Il popolo colà concorso lo accolse con evviva, esso dal ponte provisionale passò in Campo Marzo sotto dirotta pioggia. Andò al suo alloggio nel Palazzo Nievo, la sera vi fu pessima comedia illuminata; si portò la Rua la domenica; superba conversazione dell’Accademia del casino a Cà Trissino sul corso. Molti forestieri e 114 dame. L’arciduca parlò con tutte, e mostrò la sua buon’indole annessa a una bella educazione.

Il lunedì vi fu festa in Teatro Olimpico. La grandezza dello spettacolo non ammette espressioni. Palladio ha superato se stesso ed ha decorato Vicenza e l’Italia d’un capo d’opera unico. L’arte si può dire ha superato la natura, mentre tutto sembrava inferiore alla grandezza del suo colpo d’occhio. L’arciduca si mostrò sorpreso, e soleticato di esser nato Italiano. Gli oltramontani non compresero la cosa, perché la natura ha loro negato il genio di crearne e per conseguenza di saper apprezzarle. Gl’Italiani rimasero confusi in tanta gloria, di esser tanto degenerati.

Martedì vi fu un buon veglione di teatro, ma niente poteva riuscire dopo lo spettacolo antecedente.

Il mercordì giorno in cui non si attendeva la permanenza vi fu di nuovo il casino a Cà Trissino, che riuscì superbamente con musica e festino.

Tutti questi spettacoli diedero un’idea più di capitale che di provincia, e l’arciduca ne dimostrò tutto l’aggradimento.

Il giovedì alle 9 esso è partito. Egli fa un viaggio militare faticosissimo con tutto l’ardore proprio della sua età di 22 anni. Si mostra sommamente istrutto anche nelle scienze, ed ha una amabilità ed una fisonomia che sommamente interessano.

Niente si comprende di un viaggio tanto militare e sociabile. V’è chi spera un principe nei Stati ex Veneti, v’è chi attende dei gran vantaggi da una simile visita. V’è chi teme che l’imperatore delle Gallie volendosi conservar l’Italia come un antemurale a tutto, possa succedere una nuova guerra. Certo è che l’arciduca è stato molto bene accolto, e che i Bisinghen e i Bellegarde a sua imitazione impararono a esser gentili, e questi paesi fecero vedere che non sono per niente spregiabili né per animo, né per formale, né per fondi.

 

19 [giugno 1804]

L’arciduca fu ai 17 a Verona; alloggiò in Cà Giusti s’illuminò il suo giardino e vi fu conversazione della nobiltà di ambi le parti col Stato Maggiore francese. Gardan lo accompagnò a cavallo nella republica, si riunì la arena con una tombola e si fece gli esercizi alla Porta nuova dei Francesi. Gardan disse Sua Maestà l’imperatore troverebbe male ch’io non vi facessi tutti gli onori. Si rimarcò che il generale Gardan non ebbe in tale occasione il cappello bordato, le piume tricolori, e la cocarda; bensì cappello semplice, piuma nera, e bottone di acciaio. Nell’arena eccheggiò viva Giovanni d’Austria, e non mai arciduca come il principe stesso lo espresse come un suo titolo incontestabile.

Il principe passerà ora nei Sette Comuni.

 

2 [ottobre 1804]

Non si parla che del monarca Bonaparte, della sua spedizione per l’Inghilterra, e chi la calcola chimerica, chi misteriosa, e chi la tiene immancabile attesa la di lui stella.

Bonaparte ha la forza in mano, e se ne prevale in una maniera unica nella storia. I Francesi fremono, ma ubbidiscono. La tirannica, e crudel morte del Duca d’Enghien gli ha atirato molto odio. Ma egli governa abitrariamente e già i Moreau  e i suoi antagonisti sono umiliati. Egli si crea una legion di onore, che è una nuova nobiltà, e non v’è un impiegato che non sia creatura sua. Luciano, la Letizia [Letizia Ramolino, madre di Napoleone] passeggiano l’Italia non senza mistero.

Qui siamo al solito non intendendoci mai. Colle perlustrazioni dell’Avogaro, cogli alloggi militari, colla moneta erosa, e con un giro di cose da istupidire se fosse possibile.

Si parla che il Santo Padre possa andare a incoronare l’Augusto Corso. O il principe Giovanni si è scordato di noi, o esso certo non venne per anco esaudito.

 

6 [ottobre 1804]

Oggi si è fatto con tedeum solennità ec. due volte imperatore il nostro imperatore e Bonaparte chiamato il dominatore della Francia si fa imperatore e crea in altri Stati l’imperatorato. I soldati furono a Santa Corona, e in Campo Marzo. Il civile in Duomo.

 

23 [dicembre 1804]

Il Papa a Parigi ha incoronato Bonaparte li due del corrente. Li discorsi in questo incontro al nuovo imperatore divengono la ritrattazione di tutte le massime democratiche profuse in questi ultimi tempi. L’Europa all’occhio comune sembra nella maggiore sospensione riguardo alle conseguenze di un tal avvenimento. Chi vuol un necessario equilibrio per conservarsi, chi prevvede un’ambizione smisurata. Certo è che tutte le Republiche saranno annichilate di fatto, sennon di nome.

Qui camminiamo col solito tardigrado tenore. A forza di gridare delle monete si si è stancati. Il militare par che voglia aumentarsi la febbre gialla spiegatasi in Livorno ha promosso la diligenza comune. Dopo due mesi qui si pensa di formar il cordone di preservazione, altri lo vogliono un pretesto per avanzarsi a Mantova.

Il principe ereditario di Baviera è qui da due giorni festeggiato dalla famiglia Milana e dall’amicizia del russo comendatore Dimidoff.

Qui abbiamo molte famiglie Inglesi e il colonello Roche di tal nazione fa ballare il fior delle galanti vicentine. Questi signori partono tutti per passar il carnoval a Venezia.

 

31 [dicembre 1804]

L’anno corrente è stato fertile di misteriosa politica. La guerra fra Inglesi e Francesi. La congiura strepitosa di Moreau a Parigi. Il risultato dell’imperatorato ereditario di Bonaparte. Il Papa ch’è andato a Parigi per incoronarlo, e Bonaparte che si è incoronato da sé. La minaccia in Italia della febre gialla pervenuta in Livorno da Malega. Un accrescimento di truppe tedesche di qua dall’Adige, senza alcun movimento al di là: tutto questo è stato il soggetto di un interminabile discorso. La sola essenzialità che si rimarca si è che in generale l’effervescenza delle teste va diminuendo e i principi solidi sembrano di acquistare il loro peso reale.

Qui da noi la confusione è ormai un pane quotidiano, tutto è comico e senza principio ne fine ragionevole. Le speranze non sanno più dove aggirarsi perché la tramontana è perduta per ogni verso.


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