3. I tempi e i luoghi

 

Vicenza nel 1771 contava 28.948 abitanti, distribuiti tra Città (entro il perimetro delle mura), Borghi e Colture; nel restante Territorio vivevano 188.399 persone; 17.812 nei Sette Comuni, per un totale di circa 235.000 anime.

Le condizioni economiche erano in genere abbastanza buone poiché la produzione di cereali era di solito sufficiente ai bisogni della popolazione e talvolta veniva persino esportata. L'abbondanza di acque superficiali consentiva ottimi raccolti di foraggio nonché energia a buon mercato per le varie attività.

Panoramica di Vicenza - Particolare del dipinto del Fogolino in S. Corona - Vicenza

Nella villa di Bolzano ad esempio, esistevano ben nove ruote.Sulla strada Marosticana, per fare un altro esempio, il toponimo Maglio di Laghetto ci dice molto sullo sfruttamento dei corsi d'acqua per produrre energia.Naturalmente nel tracciare questo quadro bisogna cercare di astrarre da ciò che ai nostri giorni intendiamo per agricoltura redditizia.Infatti il dire che la terra a quell'epoca non era sfruttata bene perché si sarebbe dovuto seminar meno cereali e sviluppare il prativo, date le possibilità di irrigazione esistenti, sembra non tener conto alcuno dell'uso corrente in campagna di esser per quanto possibile autonomi e produrre da sé il proprio sostentamento, senza esporsi alle oscillazioni del mercato circa i prezzi dei generi assolutamente indispensabili.

Per non dire poi, che i mezzi tecnici, i servizi necessari per un'agricoltura intensiva erano ai più, addirittura impensabili.Gioverà anche non dimenticare che la cronica mancanza di contante affliggeva il mondo agrario, impedendogli il necessario investimento di capitali indispensabile ad una maggiore produttività. Tutto ciò, beninteso, posto che ci fosse la mentalità per un'agricoltura di stampo capitalistico, proiettata cio è al massimo rendimento. Posto cioè che l'agrario cominciasse a pensare in termini borghesi.

Vicenza alla porta del Castello, incisione di C. Dell'Acqua (da VICENZA CITTA BELLISSIMA)  

Contrariamente a quanto forse normalmente si crede, nel Territorio vicentino molte proprietà nobiliari erano in notevole parte, spezzettate in lotti abbastanza piccoli condotti da singole famiglie.  Esaminando le carte di Enrico Bissari sr., che riguardavano circa 100 campi del feudo, trovammo che solo due famiglie coltivavano ciascuna da 15 a 20 campi. Le altre, una quindicina, avevano appezzamenti di 6,8, ma più spesso, meno di 5 campi.Poiché da altre mappe catastali, per altre famiglie questa situazione si ripete, crediamo corretto pensare che nel Vicentino, nell'ultimo trentennio del '700 la grande proprietà agraria nobiliare non fosse prevalentemente condotta a bracciantato, ma in parte non del tutto trascurabile, affittata a piccoli contadini che conducevano anche le loro minuscole proprietà. 

Dal Cinquecento, per oltre un secolo e mezzo, guerre, pestilenze, fami s'erano abbattute sull'Europa decimando la popolazione in un lunghissimo, spaventevole cataclisma che aveva avuto inaudite ripercussioni anche in Italia. La Repubblica Veneta sembrava aver risentito meno di queste dolorose evenienze, tuttavia, anche nei suoi domini solo Bergamo e Vicenza ressero allo sfacelo demografico universale proprio grazie alle migliori possibilità offerte dalla grande diffusione della bachicoltura e dalle altre attività indotte. 

È difficile, e sarebbe comunque fuori luogo, dettagliare qui minutamente le circostanze che determinarono tale situazione e per non perdere il filo della nostra narrazione, torniamo a Vicenza, città, luogo geografico, agglomerato di case, chiese, palazzi, così com'era verso la metà del secolo XVIII.Pochissime le strade selciate; al passaggio delle carrozze, d'estate s'alzavano nugoli di finissima polvere chiara che entrava dalle finestre a terreno rimaste malauguratamente aperte ...Le deiezioni dei cavalli, e talvolta delle greggi, depositate sulla carreggiata ammorbavano l'aria, almeno finché non le asportava avidamente la solerzia dei poveri in cerca di letame a buon mercato per l'orticciolo a ridosso delle mura.D' inverno, al passar rapido delle carrozze, zaffi di fanghiglia schizzavano via, ad imbrattare muri e malaccorti passanti. L'odierno Campo Marzo fu spianato in seguito, anche se già molto tempo prima s'era parlato di effettuare l'opera.

La Seriola correva lungo le mura del Pallamaio e non esisteva - ovviamente - la trincea in cui oggi corre la ferrovia. L'Abbazia di S. Agostino era circondata dagli acquitrini del Retrone e durante le piene, questo ed il Bacchiglione - entrambi non arginati - invadevano i quartieri più bassi della città, poiché il piano stradale era situato ad una quota sensibilmente inferiore all'attuale. 

Per quanto riguarda l'aspetto della città possiamo tranquillamente asserire che il tessuto urbano del centro storico era molto simile a quello che vediamo ancor oggi .Vicenza è sotto questo riguardo una delle poche città del nord Italia il cui centro storico si può considerare ancora intatto perché sono numericamente insignificanti le brutture architettoniche recenti (edificate soprattutto negli anni '50, quasi sempre ad opera di Enti in cerca di pseudo-immagine).

Ogni palazzo recava, infissi al muro, alcuni anelli di ferro - qualcuno esiste ancora - ai quali si legavano le redini dei cavalli.Le strade di notte non erano illuminate: solo ai crocicchi più frequentati, qualche lanterna, omaggiando devotamente il Santo del capitello, rischiarava, i passi cauti del viandante. Nei pressi delle residenze più importanti si collocava talvolta qualche torcia.

Il passante curioso che osservi oggi i portali, i frontoni dei numerosi palazzi, se si prende il piccolo incomodo di entrare negli atri, nei cortili interni, si rende subito conto che questi edifici mostrano ancor oggi la loro origine. Spesso infatti permangono malamente scalpellate le tracce di uno stemma; talvolta invece, come solo indizio resta un solido gancio di ferro nel muro, nel timpano del frontone, lassù in alto, che suscita la curiosità ormai rarissimamente appagata, quando vi si trova ancora appeso un blasone nobiliare, scolpito nella pietra o dipinto su lamiera di ferro, consunto o stinto per gli oltraggi del tempo e della storia.

Vicenza infatti era una città di Nobili.

 

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