4. I Nobili

 

Fin dalla notte dei tempi, durante i secoli bui della storia, attraverso le consuete o incredibili vicende degli uomini, prevalsero sempre alcuni individui che si trovarono alla testa di gruppi, per una quasi naturale supremazia che s'instaura sempre durante gli avvenimenti veramente importanti. Ogniqualvolta gli interessi sono riconosciuti, condivisi, comuni, spontaneamente ogni gruppo trova un capo e lo riconosce.

Un po' come di fronte ad un principio d'incendio la massa sbigottita segue gli ordini che dà il primo venuto, se appena sembri dimostrare una qualche esperienza. I primi che prevalsero sulla massa nella difesa dei comuni interessi che - guarda il caso - erano soprattutto i propri, riuscirono a far sanzionare la loro supremazia, dalla Città, dall'Imperatore, dal Papa: in una parola dal Potere a cui dovevano rendere conto.

L'ereditarietà del loro privilegio era ovviamente la cosa più ambita e prima o poi essi l'ottennero in riconoscenza dei servigi resi al Potere sì, ma specie come garanzia di futura fedeltà.

Nacque in tal modo la piramide feudale che al sommo vedeva Papa, Imperatori, Re, e via via Duchi, Marchesi, Conti ecc. Questo sistema di organizzazione gerarchica, a ben vedere, era forse il modo migliore, in quel contesto storico-geografico, col quale il Potere Massimo era in grado di farsi valere alla periferia.

Durante l'Impero Romano, un esercito ben organizzato, pochi generali e funzionari civili, tenevano in pugno un territorio enorme anche ai nostri occhi. Ciò fu reso possibile, secondo autorevoli storici, solo grazie ad una poderosa rete di comunicazioni estremamente efficiente, proprio in quanto gli stessi legionari dei presidi ne curavano la costruzione e bene spesso la manutenzione fin nelle più remote contrade dell'Impero. Le strade romane erano costruite con una tecnica sopraffina e seguendo tracciati estremamente razionali ad ogni uso. Non diversamente i Romani curarono le comunicazioni marittime.

Ma Roma crollò. Secoli d'incuria cancellarono le strade. Si perse la conoscenza per costruire buone e veloci navi. Solo dopo centinaia d'anni si cominciò a rinascere verso il mondo civile.

A questo punto i Feudatari ebbero il loro ruolo storico e - non a caso - uno dei loro incarichi più importanti era proprio quello di far sì che le strade fossero per quanto possibile praticabili. Anche a questo scopo riscuotevano i tributi. In compenso, come abbiamo detto, ogni Feudatario veniva riconosciuto anch'egli Signore del suo territorio, col suo bravo titolo. Beninteso sempre nel nome di colui che l'aveva investito ed al quale egli aveva giurato fedeltà, tanto è vero che alla morte del beneficiario dell'Investitura, quasi sempre occorreva rinnovare la stessa come a controllare che ci si potesse fidare dei discendenti.

Nelle nostre contrade i grandi Feudatari riuscirono a dilaniarsi tra loro scannandosi a vicenda durante sanguinose faide che culminarono con l'estinzione cruenta di varie famiglie: per tutte fa testo quella degli Ezzelini, il ricordo dei quali è ancor presente nella tradizione; del cui castello non si volle neppure avere più la benché minima traccia. Varie famiglie si affermarono in Vicenza, varie si estinsero. Per citarne solo alcune, e a caso, le prime che vengono in mente e non per ordine d'importanza, faremo solo i nomi: Valmarana, Thiene, Schio, Porto, Trissino, Velo, Revese ed inoltre, naturalmente, Bissari.

La Serenissima, da sempre aveva mirato alla Terraferma, ma la sua espansione imperialistica si fece all'interno sempre più prepotente verso la fine del 1300.

Già da molto tempo, infatti, le Crociate, esaurita la loro carica di fanatismo dirompente, non arrecavano più i formidabili mezzi di arricchimento per le Repubbliche Marinare, fornitrici di carissimi noli alle milizie cristiane. Gli stessi scali privilegiati stabiliti in Oriente, pian piano erano stati quasi tutti fagocitati ad uno ad uno dalla potenza musulmana in espansione. Le favolose ricchezze accumulate dai Veneti durante secoli di traffici nel Levante dovevano trovare, per necessità di cose, altri investimenti.

Scriveva Girolamo Priuli, nobile veneziano nelle sue cronache: ... li nobili et cittadini veneti inrichiti volevano triumfare et atender a darse piacere et delectazione et verdure in la terraferma et facevano palazzi et spandevano dinari assai...

Tuttavia, la spinta imperialistica di Venezia verso la retrostante Terraferma trova spiegazione anche in un'altra ragione, non più e non soltanto economica e privata, ma piuttosto squisitamente politica.

Era il tempo in cui si stavano smorzando le sanguinose lotte tra città e città e le supremazie signorili stabilivano, nella geografia d'Italia, nuovi confini, con nuovi e assai più potenti stati.

Venezia non doveva perdere questa occasione, o sarebbe stata schiacciata dai potenti di Terraferma. Dal punto di vista pratico poi, un entroterra sicuro, ricco di foreste e d'agricoltura, significava per la Città lagunare una facile disponibilità di legname per il suo arsenale, nonché l'autarchia alimentare, anche se, non dimentichiamolo, il destino Veneziano era sempre sul mare.

Il Leone di S. Marco in tempo di pace: col Vangelo aperto

Sballottata per più d'un secolo tra le contese di Ezzelini, Carraresi, Scaligeri e Visconti, Vicenza col suo Territorio sembrava prossima a rientrare definitivamente nell'orbita di questi ultimi, non appena essi si fossero riavuti dai sussulti sanguinosi che travagliavano le loro successioni.

Emblemi nell' ordine: Carraresi, Ezzelini, Scaligeri, Visconti

Per ora, (inizio del 1400) tuttavia essi erano impotenti. La diplomazia Veneziana, troppo accorta per non cogliere l'occasione propizia, seppe trovare gli argomenti che validamente convinsero i Vicentini a "donarsi" a Venezia. Diversamente i gagliardi reggimenti di truppe Schiavonesche facilmente avrebbero convinto i deboli riluttanti.

A partire dal 1404 i territori e le città dell'entroterra divennero in rapida successione Sudditi Veneti. Vicenza con la donazione del 1404 conservò quasi tutti i suoi esemplari ordinamenti municipali frutto del sapere dei suoi dottori quand'era stata sede di Università; anzi, tali ordinamenti, tra l'altro servirono poi di modello anche per altre Città Venete.

Si stabilì quindi in Vicenza una specie di autonomia locale, controllata da Venezia al vertice dei due Poteri: civile e militare. I Rappresentanti di Venezia erano Podestà e Capitanio, ma spesso le due cariche venivano ricoperte da una stessa persona. Le loro funzioni oltre che decorative erano anche assai prosaiche e non bene accette: controllavano infatti l'esazione dei tributi per Venezia; ma diremo di questo più oltre. Tutte le altre cariche di Governo costituivano esclusivo appannaggio dei Nobili Vicentini: mansioni amministrative, di molta apparenza e di decrescente sostanza col grado; ma i loro privilegi feudali, piccoli o grandi che fossero, furono poi riconosciuti da Venezia coll'istituzione del "Libro d'oro" nel quale vennero iscritti ovviamente, solo i nomi delle famiglie Nobili. Un po' come un moderno ordine professionale, o corporazione di funzionari, che - a seconda della sua potenza politica - riesce a far tutelare i suoi privilegi particolari o addirittura a crearsene di nuovi, mediante la sanzione dell'Autorità, in deroga alla legge generale promulgata solennemente dall'Autorità stessa.

Con l'annessione effettuata nonostante gli oppositori tra cui ... la Famiglia Bissari che voleva conservar libera la sua Patria..., Venezia consolidò dunque il suo potere avallando in toto la supremazia della Nobiltà locale e ne ottenne così il consenso.

Tuttavia anche le più nobili ed antiche casate, col tempo si estinguevano e nuove famiglie ricche, si affacciavano a desiderare il potere politico, dato che già detenevano quello economico. In parole povere, gli arricchiti volevano partecipare ai privilegi dei già Nobili e si consentì quindi ai benemeriti l'accesso alla Nobiltà. Si trattò quindi di un vero e proprio lento processo di neo-feudalesimo instaurato da Venezia.

Per diventare Nobili si doveva anzitutto già godere della condizione Civile. Era Civile chi dimorava in città, esercitava solo un'arte eletta, mai manuale; vantava ascendenti ricchi che gli avevano consentito d'istruirsi e di dedicarsi ad attività scelte che non implicavano lavoro servile. In una parola: chi viveva di rendita. La "Civiltà" veniva rilasciata solo molto oculatamente ed a persone ammodo. Mai agli Ebrei.

In parole volgari, si comperava quindi il diritto di sedere al consiglio dei Nobili.

Così un Rubini comperò nel 1589 un posto nel Consiglio dei Nobili; un Camarella nel 1631. Un Franzani donò 25.000 lire venete ed altri, 6.000,10.000 ducati. Il requisito formale che velava appena il mercato era sempre la dimostrazione di viver di rendita, che doveva esser ampiamente comprovato.

La formula di richiesta della civiltà recitava:.... io incombente Padre e Avo, non abbiamo mai esercitato delle Arti e mestieri Mecanici inservienti alle Fabriche di Lanifizio, né veruna altra Proffesione mecanica...

Evidentemente la cosa pubblica necessitava anche allora di molto danaro e per invogliare i ricchi stranieri alle donazioni si "prese parte", - ossia si stabilì - che: ...chi depositerà sopra il Sacro Monte di Pietà ducati Sessanta mille, purché non sia di questa Città o Territorio, purché per cento anni siano impegnati nel traffico di Sete o Tessitura di Drappi, con la Sopraintendenza e Direzione del Magistrato al Commercio, questi con tutti li suoi discendenti legitimi e naturali, s’ntenda capace delli Consigli.

Le regole del gioco nobiliare davano grande importanza al ruolo della famiglia, che doveva costituirsi inter pares e cioè solo tra coniugi nobili, pena l'espulsione, infatti: ... fu cacciato il Co: Silvio Muzani benché attuale: il motivo fu per avere d'anni 50, e dopo qualche anno che il di lui fratello era maritato, sposata una persona, che non era ne meno di condizione nobile...

Come dire che il Muzani non aveva nessun bisogno di sposarsi, dato che ad assicurare la discendenza del Nome c'era già il fratello.

Ma anche a questo e ad altri casi si poteva rimediare. Infatti ...se è di gran vantaggio...i figlioli di donna ignobile potranno esporre le loro ragioni al sopradetto Collegio... e questo avrebbe giudicato.

Quando poi fu reso possibile anche ai Nobili dei Territori divenire Patrizi Veneti, soprattutto a seguito dell'interminabile costosissima guerra di Candia, (1647-1669) la contropartita di benemerenza che Venezia esigeva era vertiginosa. Questa dignità di Patrizio Veneto, davvero apriva orizzonti economici vastissimi, come avremo modo tra poco di vedere.

In queste competizioni per il successo, troppo numerose furono le volte in cui la potenza s'accresceva in uno con il sopruso, la sopraffazione ed il delitto, cosicché troppo spesso la giustizia Veneziana non riusciva a raggiungere il reo Nobile per le difficoltà frapposte localmente. Se mai ci riusciva, però, la punizione verso i Nobili del Territorio diventava oltremodo significativa (ed appetitosa per l'erario) poiché i beni del reo venivano confiscati.

È esemplare il caso del Conte ...Gasparo Arnaldi...condannato nei Camerotti di Venezia ove fu per ordine supremo strozzato in pena dei suoi delitti...

Per legge, un colpevole suo pari non poteva far testamento e i suoi beni venivano incamerati da S. Marco. L'Arnaldi che evidentemente aveva ancora dei santi in cielo, o meglio dei "sàntoli" a Venezia ... chiese la grazia di farlo (il testamento,n.d.a.) e persuase un Arnaldi, Nobile Veneto ad ottenergliela protestando ch'egli come ultimo di linea lascierebbe tutto a quella discendenza. L' ottenne e lasciò tutto ai Tornieri che lo seppellirono a Bertesina. Questi Tornieri si volea che fossero suoi figli naturali. Il testamento è del 1726. Bertesina conserva in certi nascondigli testimonianza delle arti di questo uomo... Così si esprime Giovanni da Schio e i suoi asserti non sono soltanto pettegolezzi. Evidentemente l'Arnaldi l'aveva fatta troppo grossa: gli omicidi non si potevano lasciare impuniti. Del resto la confisca dei beni dei nobili delinquenti a vantaggio della collettività era anche un incentivo a far giustizia.

Ducato d'argento

Ducato d'oro o zecchino .(Grammi 3,44 a 24 carati). Era pari al fiorino di Firenze

Volendo cercar più a fondo nella vicenda, - per curiosità - dato che il Tornieri si meraviglia nelle sue cronache di ricever quell'eredità dall'Arnaldi "senza esser ne meno parenti", è alla fine risultato che la nonna di lui, Laura Ferramosca, era stata "servita" a suo tempo dall'Arnaldi testatore, e che pertanto esistono buonissime ragioni per l'asserto del Da Schio, e le voci circolanti all'epoca.

Al Conte Ottavio Trento, una generazione più avanti, già spudoratamente ricco, unico superstite della sua famiglia, scapolo, già in età avanzata, piovve invece addosso un' eredità favolosa, lasciata da un suo lontano parente di Padova, morto senza eredi. Fu, il suo, un patrimonio immenso, che unito alla smaccata fortuna che sempre l'aveva accompagnato nel far danaro, nuovo Re Mida, lo decise a dar corpo alla sua più grande ambizione: divenire Patrizio Veneto.

Sborsando a Venezia 100.000 ducati ebbe appagato il desiderio. E se ne rivalse non poco. Infatti a Bergamo, ove fu Podestà, questo bell'individuo ...durante un' orrenda carestia si diede a fare incetta di cereali e ne ricavò guadagni ingenti, vendendoli poi sovrapprezzo e sfruttando il bisogno dei miserabili. Scaduto il suo mandato pensò bene di andarsene in incognito dalla città, ma la sua carrozza riconosciuta fu presa a sassate dalla folla che avrebbe dovuto applaudirla...

Per lui comunque tutto finì poi in gloria: alla sua morte la Città n’ebbe un grande Ospizio per i vecchi poveri, consigliato da Napoleone, e l'Ottavio assurse così al Pantheon dei cittadini benemeriti.

Vicenza, Museo Civico - A. Canova, ritratto di Ottavio Trento

Del resto anche qui a Vicenza i Veneti Rappresentanti, non scherzavano.

Al loro arrivo tutta la Città era in festa, forse nell'illusione di mitigare così l'esosità fiscale del personaggio. Per la loro partenza non raramente alle celebrazioni si accompagnavano feroci pasquinate. Anonime, naturalmente. Colloco in appendice un piccolo florilegio di aneddoti sul'argomento per farci un'idea dei pensieri di allora, non senza avvertire il lettore di considerare tuttavia la Nobiltà, una classe come tutte le altre: composta anche da tante persone per bene.

Tornando alle proprietà dei feudatari, ai Bissari come esempio, il loro ramo principale figurava detenere in un estimo del 1772 all'incirca 500 campi arativi, 140 prativi, 200 boschivi; quando nel 1400 avevano posseduto ben oltre 4500 campi. La rendita terriera aveva loro dato la ricchezza sufficiente per potersi occupare del resto: la vita pubblica, le cariche più o meno vistose, le feste, la letteratura.

Il Nobile spendeva cifre enormi per fabbricarsi i palazzi che tuttora ammiriamo, spesso incompiuti. Per sopraggiunta mancanza di risorse.

A dirla in breve, in Vicenza, alla metà del '700 poco più di un centinaio di famiglie nobili contavano veramente: esse sole erano la Città.Si consideravano al di sopra dei comuni mortali, dimenticando, ovviamente, che i loro antenati erano talvolta arrivati al privilegio con atti banditeschi, talaltra comperandolo, coi frutti dell'aspro lavoro..... degli altri.

Conducendo la bella vita nei loro ricchi palazzi prodigavano a piene mani le loro rendite, che si assottigliavano, e inesorabilmente progredivano verso la decadenza economica, senza per questo smettere quella mentalità per cui si credevano diversi dagli altri: diversi dai casolini, dai setaioli, dai mecanici, ormai bene spesso molto più danarosi di loro.

... Se ieri Lorenzo il Magnifico in persona sbrigava tutti i suoi affari politici e finanziari con l'aiuto di un solo segretario, oggi non c' è più casa patrizia che non mantenga un vero esercito di servitori e di cavalli... ... Quando ha dilapidato le sue rendite, però, l'aristocrazia non ha nessuna voglia di scendere tra le file spregiate di chi lavora per vivere. E non ha nemmeno voglia di alienare i suoi patrimoni fondiari perché nella psicologia neofeudale che si è creata, sono il simbolo tangibile del suo dominio di casta.

Essa quindi invece di liquidare cerca di immobilizzare ancora di più i patrimoni, coprendoli di una selva di diritti di maggiorascato e di fideicommisso, onde impedire le divisioni per eredità e assicurare invece la trasmissione integrale dei beni gentilizi dall'uno all'altro maschio primogenito. Perciò la terra non passa... dalle mani dei proprietari meno capaci a quelle di nuovi proprietari più abili ed industriosi, ma resta pietrificata nei maggiorascati e fideicommissi della nobiltà o nei latifondi della manomorta ecclesiastica, cio è resta in mani che non hanno alcuno stimolo a farla fruttare di più e dietro alle quali è assente ogni impulso capitalistico...

... Il sistema dei maggiorascati, a sua volta, crea tutta una plebe nobiliare di inetti, altrettanto orgogliosa quanto famelica che non ha altro rimedio alla sua miseria che l'ingrossare le file del l'esercito e del clero ...È facile immaginarsi che benefico effetto abbia sulla moralità del clero questo fiume di gente in cerca di una sistemazione economica che reca nel ministero sacerdotale tutto fuori che un'autentica vocazione religiosa...

Questo brano di Giorgio Sestini ci offre una breve, ma adeguata descrizione della mentalità nobiliare della decadenza.

 

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