9 . La condizione del popolo

 

 

Per quanto riguarda la mortalità della gente comune gli archivi parrocchiali ci forniscono dati precisi. Su di un totale di 170 casi di morte esaminati in 5 parrocchie diverse ed in annate diverse troviamo:

 

Come si può vedere, pur tenendo conto che i dati si riferiscono ad annate proprio a cavallo dei due secoli (7/800) che sappiamo esser state crude sotto vari aspetti, la mortalità infantile era spaventosamente elevata.

Un' altra fonte, a stampa, (Lanzani) ci dà per il 1833 - in consolidato dominio Austriaco e cioè senza guerre, senza requisizioni, senza devastazioni del territorio

 

Se poi sommiamo l'altra fascia di età - dai 4 ai 20 anni - ai dati precedenti, troviamo

 

 

Decisamente si campava di più in città. La media cittadina è la più favorevole, mentre le cifre riguardanti Asiago ed il suo Altopiano sono davvero terribili. Appare quindi verosimile pensare che la durata della vita nella realtà settecentesca non fosse poi molto diversa da questi dati.

I neonati venivano decimati "dal spasmo"; in seguito le infezioni broncopolmonari ed ancora le gastroenteriti selezionavano duramente i minori. Per non parlare delle malattie esantematiche o degli orecchioni. Talvolta s'aggiungeva il vaiolo. Poi ci si metteva la tubercolosi, anche se questa malattia non colpiva moltissimo i poveri, per la semplice ragione che questi morivano prima per infezioni acute. La durissima falcidia nelle prime fasce di età permetteva solo la sopravvivenza dei più forti e pertanto i decessi nella media età calano bruscamente. Le precarie condizioni igieniche in cui si svolgevano i parti causavano sepsi puerperali spesso mortali: d'altronde le cause delle infezioni erano sconosciute ed ovviamente non si conoscevano gli antibatterici.

 

L'influenza affliggeva di tanto in tanto anche i nostri padri; già nel 1729 ... faccio noto come, in questa città vi è un male universale intitolato sfredore, il quale obbliga la più parte delle persone d'ogni condizione al letto, e ne muoiono gran quantità, fino dieci et anco dodici al giorno....in Piazza e in altri luoghi particolari non si vedono più radunanze, essendo la più parte obbligata al letto; e tutti temeva che fosse contagio;...in questa città il male durò tutto dicembre e gennaio, con gran mortalità di gente, ma la più parte nelli vecchi... In Venezia ne morivano 80 e 90 al dì...

Nulla di nuovo quindi sotto il sole !

 

Anche i delitti hanno il loro peso nelle statistiche: ed il sapere che si contavano da 50 a 70 omicidi all'anno ci inclina a credere che i nostri avi fossero più violenti di noi - o, più probabilmente, la Giustizia incutesse assai poco timore. Dal poco che s' è potuto vedere [BBV, AB, aggiunta Processi 1263. cta 71]: nel 1716 si contarono 34 omicidi ed a quanto pare, quella fu un'annata buona. Ottavia ne citerà molti di più.

La situazione ogni tanto diveniva critica e, ci fa sapere il Bocchese, che il 29 maggio 1778, il Gran Consiglio dei X  ..liberamente concede chiunque masasse un ladro o sasino da strada sarà ben masato e tirarà 50 ducati...

I sopravvissuti alla drastica selezione naturale, se riuscivano ad imparare un mestiere erano normalmente in grado di provvedere a sé stessi abbastanza discretamente: una città in cui il dieci per cento della popolazione vive di rendita offre buone possibilità ad ognicategoria di artigiani e lavoranti in genere.

 

Basti pensare che l'edilizia del '700 costituisce tuttora il principale nucleo del centro storico urbano. Dietro l'edilizia seguivano le altreattività indotte.

Aggiungiamo poi l'artigianato di ogni tipo: dobbiamo quindiimmaginarci un piccolo esercito di lavoranti dei più disparati mestieri chevive e non di rado prospera accanto ai vecchi e nuovi padroni.

Pensiamo soltanto ai carrozzieri diallora, ai fabbri, ai sellai, ai maniscalchi...

Proviamo a figurarci gli eserciti di lavandaie che provvedevano al bucato, alla liscia per tre o quattromila persone... (i nobili e i ricchi borghesi)

In città lavoravano tutti: falegnami,muratori, calderai, mobilieri, sarti e via discorrendo... E vien da credere che non stessero proprio malissimo.

 

Diversa è la situazione nelle campagne.

Il villico coltiva i campi del padrone e per sopravvivere deve faticare, faticare, faticare. Talvolta... spesso... abita case dal pavimento di terra battuta, dal tetto di paglia, chiamate casoni, di cui qualche raro esemplare si può vedere ancora nel basso padovano. Il suo sudore è vanificato a volte dalla siccità, più spesso dalle brentane dei fiumi che invadono i campi più volte l'anno. La sua è una vita che noi chiamiamo grama.

 

Tuttavia non esiste in lui la possibilità di pensare ad un diversoordine di cose: da sempre esistono i poveri e i ricchi, i Signori e i contadini.

Casone nei pressi di Noale. (F.d.A. anni '60)

 

In questa anestesia generale delle coscienze emergono, sì, talvolta, durante terribili carestie, sporadici moti di ribellione, in terre di bracciantato come Lonigo, con relativi assalti ai granai Vescovili, ma sottolinea E. Franzina (2), essi rimangono fatti contingenti ed occasionali, non riuscendo a raggiungere la coscienza di classe. Fatti che il Potere reprimerà duramente, comminando pene tali da scoraggiare ogni futuro potenziale eversivo in tal senso.

Comunque, nel Vicentino la proprietà terriera non era esclusivo appannaggio dei grandi possidenti, come si è detto. Da tempo i Conventi, le Opere Pie, gli Ospedali avevano cominciato ad alienarele proprie terre.

Se n'erano avvantaggiati i Borghesi, ma sia pur in minima parte anche i piccoli contadini. Eccoli quindi dapprima faticare a morte per comperare un piccolo appezzamento, poi ancora faticare a morte sulle terre del padrone e sui propri fazzoletti di terra.

Va sottolineato anche qui però, che essendo le terre nobiliari spessissimo frazionate in pezze sovente molto lontane tra loro, il controllo pur severo dei gastaldi non poteva esser così pressante da non consentire al contadino di evaderlo, almeno in piccola parte,proprio per le ragioni logistiche citate.

Da tutto questo si ricava l'impressione che, escludendo gli anni di carestia, le condizioni di vita nelle campagne, alla fine del '700, quando ancora gran parte della terra era proprietà nobiliare, non fossero così disastrose come in genere comunemente si pensa.

Un grande aiuto al contadino è costituito anche dalla bachicoltura: la seta che non era venduta alle manifatture veniva filata in casa con semplici macchinette  a pedale in uso fino a pochi decenni fa. Come questa:

Filatoio casalingo

La vita del piccolo contadino diverràinsostenibile molto tempo dopo.

Proprio alla fine del '700 fu però preparata definitivamente la strada alla grande Borghesia agraria che ebbe poi buon gioco sulla debolezza economica dei Nobili e dei piccoli contadini: schiacciati questi da magri raccolti e da affitti pesanti, quelli dalla mancanza di liquido per pagar successioni e tasse, dovranno tutti cedere le terre ai loro fittanzieri, ai gastaldi.

Scriveva ai primi dell'ottocento l'ecclesiastico scledense G. Della Piazza:

 

... in quelle rivoluzioni di fortuna... che si osservano... in ogni radicale cambiamento politico... le antiche famiglie cadevano preda delle nuove…...I profligati Nobili ignoranti delle nuove pratiche del Foro, che non si ricordavano di come erano stati sciolti i fidecommissi e diventavano prede dei loro fittanzieri e dei loro agenti che li subentravano nel possesso dei loro beni con le arti più fraudolenti, ond'essi si lasciavano prendere dalle panie più semplici...

I risvolti sociali di tale incipiente, vastissimo passaggio di mano della proprietà agraria, saranno determinanti solo nel tardo ottocento, quando diverranno palesi ed endemiche le innumeri tragedie delle plebi bracciantili, che forniranno manodopera a buon mercato al padrone di turno, agrario od industriale, in città e nelle campagne, in Italia e poi nelle Americhe; giacché pellagra e fame atroce spingeranno i nuovi miserabili, venduta ogni loro povera cosa, sulla strada dell'emigrazione e dell'inurbamento, uniche possibilità di sopravvivenza loro rimaste.

 

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